Bufale: se le conosci non le eviti. Ma impari a sopravvivere

Un anno fa, mese più mese meno, andavo ad Appiano Gentile a parlare di bufale e informazione con Giorgio Testanera. Per l’evento, avevamo coniato un titolo ironico: “Vita da bufala: viaggio nell’impossibile. Dialogo tra uno scettico e una giornalista su come sopravvivere alle scie chimiche”. Al di là del titolo, tuttavia, l’obiettivo della serata era serissimo: accendere la sacra fiamma del dubbio nei lettori e fornire inoltre degli strumenti spendibili perché ognuno potesse fare un po’ di sano debunking per conto proprio.

Qualche giorno fa, mi è arrivata da Rovello Porro la richiesta di riproporre la conferenza il 28 ottobre presso l’Associazione Artistico Culturale HELIANTO… motivo per cui, mi ritrovo a spulciare di nuovo gli appunti dell’anno scorso. Ripercorrendo i tratti distintivi di un fenomeno mediatico – la bufala, appunto – all’ordine del giorno e sempre attuale.

Duole infatti deludere i nostalgici dell’Epoca d’Oro del giornalismo, ma da che mondo è mondo la bufala è sempre esistita. L’unico tratto distintivo rispetto al passato, è che sono cambiate due cose: da una parte la rivoluzione di internet ha moltiplicato i canali di diffusione delle notizie, facendo da amplificatore tanto alle true quanto alle fake news. Dall’altra, la stessa rete offre ai suoi fruitori strumenti utili per fare debunking, cioè per distinguere (almeno a livello base) ciò che è falso da ciò che potrebbe non esserlo.

Detto ciò, quanto serve – realmente – fare debunking? Secondo voci autorevoli, tra cui Walter Quattrociocchi (coordinatore del Css Lab alla IMT Scuola di Alti Studi di Lucca), il debunking servirebbe a poco o a nulla. Le bufale, in parole povere, nascono, crescono ma non muoiono: complici i complottisti (che contro ogni evidenza vogliono continuare a credere nei loro fantasmi interiori) e complice – aggiungo io – anche il fatto che una fake news smentita, continua comunque a propagarsi a macchia d’olio  per tutta una serie di meccanismi interni ed esterni alla rete. Un fenomeno complesso in grado di far cadere le braccia anche al più agguerrito debunker. Io l’ho chiamato zombizzazione della notizia: nel senso che le fake news, alla faccia del debunking, vivono e vegetano anche oltre la morte. Come gli zombie, appunto.

Alla luce di tutto questo, che senso ha fare debunking? E che senso ha fare una conferenza sulle bufale? Ecco, la sfida sta proprio qui. Utilizzare il giornalismo costruttivo come chiave di lettura per reimpostare il tema e proporlo in una prospettiva diversa. Partire dal problema per cambiare la domanda e cercare una soluzione.

Il punto, oggi, non è fare debunking tout court, ma trovare una via per farlo in modo efficace… il che significa analizzare il problema partendo dalle fondamenta. La sfida, cioè, implica risalire alle radici del “fenomeno bufala” per rileggere le fake news come un mondo complesso in cui interagiscono diversi fattori. La psicologia del complottista – certo- ma non solo questo: anche l’influsso di un modello di business – quello basato sul click baiting – che purtroppo influenza ancora profondamente il giornalismo. E, last but not list, anche alcuni meccanismi di base, scandagliati dalla psicologia cognitiva, da cui nessuno di noi è esente (bias di conferma e simili).

Ecco, credo che in fondo l’approccio migliore al problema sia proprio questo: riconoscere che la bufala rappresenta un fenomeno complesso e multifattoriale da cui nessuno di noi è del tutto esente.

Martina Fragale

 

 

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