L’impatto della guerra in Ucraina sull’Europa in 3 esempi

le conseguenze della guerra in Ucraina

La scorsa settimana la notizia è passata un po’in sordina ma secondo me merita di essere portata alla ribalta: in un momento in cui Svezia e Finlandia stanno prospettando una possibile adesione alla NATO (con conseguenze potenzialmente catastrofiche per tutti) il primo ministro svedese, Magdalena Andersson ha dichiarato che per il momento la Svezia non chiederà di diventare membro dell’Alleanza Atlanticaper non rischiare di destabilizzare la sicurezza europea“. Un gesto di grandissima responsabilità politica a cui credo che dovremmo dire tutti grazie.

Il secondo grazie (con la dovuta ironia, viste le pesanti responsabilità sulla situazione attuale) lo darei alla NATO per aver rifiutato, almeno fino ad oggi, la folle e irresponsabile richiesta di Zelensky di creare una “no fly zone” sull’Ucraina che ci catapulterebbe tutti sullo scenario di una probabile terza guerra mondiale. Ai media e ai tanti lettori che si stanno facendo trascinare da questa spaventosa ondata emotiva, come giornalista vorrei far notare che in meno di tre settimane, in Europa diverse cose sono cambiate in modo preoccupante.

Ne cito solo tre:

da fine febbraio, per la prima volta nella sua storia, l’UE ha iniziato a esportare apertamente armi. Una cosa che prima non era mai successa perché i trattati vigenti impediscono a Bruxelles di utilizzare il budget comunitario per motivi bellici. Il divieto, non a caso, è stato bypassato attivando uno strumento esterno al budget, la European Peace Facility, che può mobilitare fino a 5 miliardi di euro per aiuti militari. Di questi 5 miliardi, 500 milioni sono stati immediatamente utilizzati per inviare armi sul fronte ucraino.

– un esempio per tutti, sempre nell’ambito del primo punto: a partire dal 26 febbraio la Germania ha dato una brusca sterzata alla propria storia. Il governo tedesco, che per 70 anni non ha mai apertamente esportato armi verso nazioni in stato di guerra, ha ora esplicitamente offerto sostegno militare al governo ucraino. Annunciando, peraltro, un incremento della spesa miliare dall’1,5% al 2% del Pil. A questo, come se non bastasse, si aggiunge lo stanziamento di 100 miliardi di euro per spese militari. Cito la Germania come esempio storicamente “clamoroso”, che lo è ancora di più in un contesto come quello attuale che è (lo ricordo nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato) uno scenario post-pandemico. Con tutte le urgenze economiche del caso, che richiedono spesa pubblica in investimenti molto diversi da quelli militari.

in meno di un mese, l’emergenza climatica è passata clamorosamente dietro le quinte e fra le proposte “extrema ratio” si ipotizza anche la riapertura (fino a un mese fa impensabile) di centrali a carbone, per arginare l’impennata del costo del gas e ridurre la dipendenza dalla Russia. E questo non solo nel Vecchio Continente: anche la Cina ha annunciato la riapertura di centrali e miniere di carbone con tutte le conseguenze del caso.

Cito questi aspetti ben sapendo che, volendo, la lista sarebbe molto più lunga. E’solo tenendo d’occhio come stiamo cambiando (e a che ritmo) che possiamo mettere a fuoco dove rischiamo di finire e chiederci: lo vogliamo davvero? Se proprio vogliamo fare questo salto nel buio, facciamolo a occhi aperti. E con la coscienza che certi cambiamenti non saranno reversibili. Per nessuno.

Guerra in Ucraina e media: perché ci serve un’informazione più bilanciata?

come i media parlano della guerra in Ucraina

C’è una poesia di Goethe – che è una bellissima fiaba iniziatica – di cui tutti conosciamo la versione Disney con Topolino: L’apprendista stregone”. Il succo della storia è che quando si maneggiano strumenti potenti senza averne la necessaria Conoscenza, si combinano guai. Grossi. E questa, oggi, può essere un’ottima chiave di lettura di come i media stanno affrontando la guerra in Ucraina.

Di polarizzazione si è iniziato a parlare in modo massiccio nel 2016 con il combo Brexit + Trump, ma in questi giorni la cosa assume contorni sempre più pericolosi. I media stanno giocando all’apprendista stregone. Ci stanno giocando le masse, sia online che offline senza la minima Conoscenza delle possibili conseguenze.

Cosa non serve in questo momento? Raccontare la guerra in Ucraina esasperando la visione negativa del “nemico”. Non serve bloccare Sputnik ed RT ma poi sbandierare un cartone animato di propaganda per bambini puntando il dito contro Mosca. Non serve annullare un corso su Dostoevskij. Non serve nemmeno spegnere tutti quanti le luci per dimostrare a Putin che “preferiamo stare senza gas e senza luce piuttosto che comprare il petrolio da lui” (ma davvero pensate che Putin farà fare marcia indietro ai suoi carri armati per questo? Peraltro, sull’ingenuità di questa affermazione, su cui poi vorrei vedere ognuno davanti alla prova dei fatti, mi taccio). Non serve soffiare sul fuoco, anche se lo si fa a fin di bene.

La verità è che di ciò che sta accadendo davvero dall’altra parte – in Russia – non sappiamo nulla. Amplifichiamo la percezione delle manifestazioni in corso immaginandoci rivoluzioni ma senza sapere quale sia la loro reale entità. Non abbiamo nemmeno, peraltro, idea di quale sia l’impatto reale di questa stretta sulla popolazione russa in termini di psicologia delle masse. Paradossalmente, potrebbe anche incrementarne la coesione: e non contro Putin, ma a favore. E’l’effetto fortezza: mi sento attaccato? Mi ricompatto intorno a un centro.

Con il pericolo reale e tangibile che stiamo correndo, non serve fare ciò che ci fa sentire meglio (più buoni, più giusti, più sensibili): serve capire cosa vogliamo e fare ciò che è concretamente utile per ottenerlo. La domanda reale è una sola: vogliamo creare le condizioni perché la guerra in Ucraina si trasformi in  una guerra diffusa (e per diffusa intendo potenzialmente mondiale)? Se non lo vogliamo, chiediamo un’informazione più bilanciata. E’questo che ci serve. Chiediamo storie che vengano anche dall’altra parte della barricata. Chiediamo strumenti che ci aiutino a percepire quello che sta succedendo in termini diversi da quelli della contrapposizione binaria: non per cambiare opinione, ma per accettare il fatto che il panorama è molto, troppo complesso.

Ci serve capire che siamo solo apprendisti stregoni e che entrare nella stanza dei bottoni pigiandoli a caso può portarci esattamente dove non vogliamo andare.

Presentazione del primo libro di giornalismo costruttivo pubblicato in Italia

libro giornalismo costruttivo

In realtà, avremmo dovuto farlo due anni fa: avevamo anche fissato la data ma poi è intervenuta la pandemia a mandare all’aria i nostri piani. Questa sera recupereremo il tempo perduto: alle h. 18.00, Alessia Marsigalia, Silvio Malvolti ed io saremo alla Biblioteca Gallaratese di Milano per presentare il nostro libro “Giornalismo costruttivo: cos’è, come funziona e perché è necessario“. Il primo libro sul giornalismo costruttivo pubblicato in Italia.

In questi due anni intercorsi dalla sua pubblicazione, il libro – peraltro – di passi avanti ne ha fatti parecchi e ha fatto il suo ingresso anche in ambito universitario. E’stato abbondantemente citato in diverse tesi e ci ha fatto sbarcare anche all’Università Cattolica di Milano.

I cambiamenti più importanti, però, sono avvenuti fuori dalle sue pagine e sono diventati materia prima per i corsi degli ultimi mesi, come quello che abbiamo tenuto all’Università di Asti per l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Perché il giornalismo costruttivo è in realtà qualcosa che va vissuta al di fuori del campo della teoria: un approccio pratico e uno strumento utile per leggere il mondo che ci circonda, per mettere a fuoco i suoi problemi e per portare alla ribalta le possibili soluzioni.

 

Covid e varianti: la Spagna inaugura una strategia diversa

Covid e varianti: la nuova strategia spagnola

Il Covid e le sue nuove varianti (Omicron in testa) non sono il male. Il problema è come vengono gestite. In questo senso, guardare ad altri esempi può essere d’aiuto

Ieri una mia conoscente è andata in ospedale per un esame prenotato da tempo. È tornata senza averlo fatto: avrebbe dovuto rimanere in fila, pigiata in una sala d’attesa stipatissima in mezzo a una bolgia di persone, nonostante avesse prenotato l’esame mesi fa. Ospedale completamente in tilt.

Davanti alle rimostranze di una signora esasperata, un medico (altrettanto esasperato) è esploso, gridando che la situazione è ingestibile e l’ospedale ha dovuto anche rinviare operazioni a malati di tumore (sic.!). E no, non siamo più – deo gratia – nel 2020 o nel 2021, quando gli ospedali sono collassati perché le terapie intensive brulicavano di pazienti gravissimi attaccati all’ossigeno. No. La cosa assurda è che fortunatamente ci troviamo a fronteggiare una variante, Omicron, meno letale delle precedenti. Peccato che la gestione irrazionale del problema – quella che ha stipato in casa 2 milioni e mezzo di italiani senza peraltro disattivare i Green Pass di molti di loro – abbia innescato una situazione paradossale, in cui la soluzione sta generando conseguenze più gravi del problema originario stesso.

In questo contesto di rigurgiti di pancia, la buona notizia viene dalla Spagna. Per chi conosce lo spagnolo, linko un articolo di “El Pais” che per me è stato un vero e proprio balsamo. Un pezzo lucido, equilibrato, razionale come dovrebbe essere qualsiasi articolo. Piccolo appunto preventivo per limitare chiavi di lettura fuori luogo che inizio a intercettare qua e là: no, la Spagna non ha deciso di far finta di nulla riducendo il Covid a una febbriciattola da due soldi e no, il Paese (con altissima percentuale di vaccinati, peraltro) non ha dichiarato nessun “tana libera tutti!”. Quello che cambierà sarà il sistema di vigilanza, non il trattamento della malattia.

In pratica – per dirla parafrasando malamente Bauman – in una situazione “liquida”, anziché sbracciarsi cercando una terraferma che ormai non c’è più, la Spagna sta provando a reagire nel modo migliore: imparando a nuotare.

I controlli per il Green Pass funzionano su un doppio binario

green pass controlli diversificati

Il mondo della ristorazione da una parte, le attività culturali dall’altra. I controlli per il Green Pass non funzionano allo stesso modo per tutti

E’a partire dai grandi terremoti del 2016 (elezioni di Trump e Brexit) che si parla – tanto – di polarizzazione. Eppure ho l’impressione che l’apoteosi di questa tendenza abbia avuto luogo soprattutto negli ultimi due anni. Come forse è logico che sia: una pandemia è pur sempre una pandemia. Nell’ultimo anno, i meccanismi di polarizzazione hanno dato il peggio di sé concentrandosi soprattutto intorno alla diatriba tra pro-vaccino e contro-vaccino. Una polemica che sta pericolosamente rischiando di lasciare in ombra altri aspetti.

Senza entrare nel merito di questa opposizione binaria, quindi, tiro semplicemente le fila di quanto ho osservato in queste settimane: che in Italia fossimo specializzati nell’emanare leggi spesso anche troppo rigide senza poi farle minimamente rispettare, non lo dirò perché sarebbe pleonastico. Questo, nel caso dei controlli per il Green Pass è sotto gli occhi di tutti.

C’è un aspetto che però è meno ovvio e che ultimamente sto registrando con una frequenza preoccupante. Diciamocelo: la realtà dei controlli scorre davvero su un doppio binario. Cinema, teatri, sale da concerto: lì, il Green Pass viene rigorosamente richiesto. Per quanto riguarda, invece, le realtà legate alla ristorazione (bar e ristoranti) le cose funzionano in modo molto diverso.

Parlo per Milano: i locali che chiedono il Green Pass si contano sulle dita di una mano monca. Sono pochi, pochissimi. E questo lo trovo vergognoso per almeno due motivi. In primis, significa sputare in faccia a chi lavora nel mondo dello spettacolo e – nonostante l’impatto economico della pandemia – si sta adeguando alla situazione con grande senso civico, facendo tutti i controlli del caso. E bravi i nostri ristoratori!, (che pure, a quanto mi risulta) i sussidi se li sono presi e – a differenza di cinema, teatri e sale da concerto – hanno pure potuto tamponare le chiusure (anche se solo in minima parte) grazie all’asporto!

Secondo aspetto grave: con i locali pieni zeppi e nessun controllo, si rischia di favorire una percezione falsata di come vanno le cose. In questa prospettiva, infatti, non sapremo mai se le misure restrittive hanno o non hanno effetto perché – con i locali pieni come un uovo e senza controlli – se ci sarà un aumento delle ospedalizzazioni, come è presumibile, si dirà che i controlli non influenzano la curva. Mentre in realtà il problema è che i controlli non ci sono.

Morale della favola: non servono norme più rigide, serve maggior coerenza tra le normative e la loro applicazione effettiva. E sì, servirebbe anche un tantino di spirito corporativo in meno ma che dire? Siamo in Italia: come dare torto a Banfield quando parlava di“familismo amorale”?

Sì vax e no vax: come i media stanno esasperando una polarizzazione che non serve a nessuno

sì vax e no vax le polarizzazioni fanno male

In questo senso, tra i social e i media non c’è molta differenza: la polarizzazione tra sì vax e no vax viene abbondantemente nutrita in entrambi i casi come se tutto si giocasse intorno a questa contrapposizione binaria. Ma è realmente così? E soprattutto: cui prodest?

Personalmente, mi sembra che questa concentrazione monotematica sul “daje a chi non si vaccina“, attribuendo tutto il peso dell’impatto della quarta ondata solo e soltanto ai non vaccinati, non faccia bene a nessuno. Principalmente per tre motivi:

1- Questo atteggiamento non tiene conto di una situazione che è molto complessa perché ha a che vedere con il panorama demografico (molto differenziato) e le specificità dei diversi Paesi. Mi sembra davvero evidente, peraltro, che le analisi più diffuse siano mostruosamente viziate e mettano in luce solo un lato della medaglia. Vedi il modo in cui è stata affrontata la situazione oscillatoria del Regno Unito (articoli di sadica soddisfazione per l’aumento dei contagi e assenza di analisi lucide quando i contagi sono calati). Vedi anche la clamorosa assenza di analisi serie su un Paese come la Danimarca, che una volta raggiunta la soglia – opinabile – dell’immunità di gregge, ha tolto tutte le restrizioni pur continuando a vaccinare (la percentuale di vaccinati oggi è pari all’Italia). Della Danimarca si è parlato – in modo molto critico – a settembre, quando sono state eliminate le restrizioni, e oggi (con l’aumento dei contagi). Mancano all’appello due mesi di monitoraggio e un’analisi lucida e non aprioristicamente denigratoria per quanto riguarda la situazione attuale. Ciò che mi sembra assodato è che le cose cambino molto da Paese a Paese. Per quanto riguarda l’Italia, per esempio (Paese più anziano d’Europa e secondo Paese più anziano al mondo) è palese che senza una percentuale molto alta di vaccinati, ci ritroveremmo con una gragnuola di lockdown tra capo e collo. Lo stesso, però, non si può dire per Paesi demograficamente più giovani.

2- Fare dei non vaccinati il solo ed esclusivo capro espiatorio rischia di spostare i riflettori da quello che è il problema principale. Questo è particolarmente evidente per chi, ad esempio, affronta da anni il problema di controlli periodici di vitale importanza: controlli teoricamente coperti da esenzioni, per cui (ben prima della pandemia) è sempre stato difficilissimo trovare posto tramite il SSN. Per dirla in pillole, la pandemia ha solo accentuato una situazione di crisi che esisteva già prima e che diventerà sempre più evidente. Oggi è diventato quasi impossibile prenotarsi un controllo col SSN (anche quando si ha un’esenzione che parla da sé). La pandemia ha lasciato il segno su un sistema gravemente congestionato. Il problema è che il sistema era già cronicamente congestionato prima. Questa è solo la ciliegina sulla torta. Il problema strutturale non è il Covid ma un aumento ingestibile di pazienti che è la logica e diretta conseguenza dell’incremento della popolazione anziana. E quindi? Mi ritrovo a ribadirlo spesso, sui social: la gratuità del sistema sanitario italiano è una favola per bambini. La cosa più intelligente da fare non è invocare un’astratta idea di giustizia che ormai è sempre più impraticabile, ma prendere atto della realtà e cercare delle alternative percorribili nell’immediato. Vedi (giusto a mo’di esempio) il sistema sanitario francese.

2- Con il terzo motivo, faccio riferimento a un campo diverso: quello della psicologia e dei bias. Un terreno scivoloso che il mondo dell’informazione e della comunicazione (a cui i media e social appartengono) farebbe bene a considerare. Alimentare la contrapposizione di campo tra sì’ vax e no vax (peraltro, mescolando in un unico calderone scelte che è riduttivo omologare con l’etichetta no vax) non fa che gettare altra legna sul fuoco. In questo senso, credo che sarebbe molto più utile porre una domanda di base: cosa interessa davvero a chi è convinto che il vaccino sia la risposta più utile? Sentirsi narcisisticamente migliore o contribuire all’aumento della percentuale di vaccinati, portando i cosiddetti no vax dalla propria parte? Voglio sperare che la motivazione di fondo sia la seconda. In questo senso, però, la tattica della polarizzazione non funziona… anzi, tutto il contrario. Il perché, ce lo spiega propio uno dei tic cognitivi più diffusi: il “bias del ritorno di fiamma”. Più si attacca in modo aggressivo l’interlocutore, più lo si spinge ad abbracciare le proprie convinzioni originarie. Se il punto quindi è raggiungere un risultato differente, è necessario adottare una strategia comunicativa ben diversa. Che i social non siano in grado di farlo, passi. Che i media se ne infischino, è invece tutt’altro discorso visto che parliamo di professionisti dell’informazione e della comunicazione.

 

Un corso di giornalismo costruttivo all’Università di Asti

Ieri, Silvio Malvolti ed io siamo andati all’Università di Asti dove abbiamo tenuto un corso di giornalismo costruttivo

Al di là delle occhiaie che parlano da sole. Al di là della stanchezza di una trasferta notturna ad Asti (dopo aver tenuto due ore di lezione a Milano). Al di là della lunga-lunga-lunga giornata del corso che abbiamo tenuto prima all’Università di Asti, per l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, e poi – in modalità workshop – alla Gazzetta di Asti. Al di là di tutto questo e dell’effetto “tour de force“, la nostra trasferta astigiana è stata bellissima.

Se di solito ai corsi di aggiornamento dell’ODG si vegeta e si fa altro, al nostro corso chi ci ascoltava ha anche davvero partecipato. Bello, trovare così tanto entusiasmo nei colleghi che ci ascoltavano e che sono intervenuti spesso. Bello, ricevere tanti “grazie” e mail, il giorno dopo, di altri colleghi che ci chiedevano dritte e contatti per iniziare a fare anche loro qualche intervista costruttiva. Bello, sulla scia di questo, risentire una persona che ho intervistato e fatto intervistare a più riprese e che oggi – quando ho passato il suo contatto a un collega – mi ha scritto: “grazie per starmi appresso, questa circolarità che hai dato al mio racconto è bellissima!

Questo è un piccolo estratto del corso di ieri, in cui spiego come è possibile raccontare in modo costruttivo (e senza indorare la pillola) anche le notizie negative. Portando alla ribalta i problemi ma cercando di farlo in modo utile. Il video, lo trovate qui

Coprifuoco in Lombardia. Come i media hanno gestito (male) una notizia che non era ancora una notizia

coprifuoco Lombardia la gestione dei media

Ripubblico qui il mio editoriale, uscito su BuoneNotizie.it il 21 ottobre

Ieri, in Italia, una quantità impressionante di cittadini ha dato per scontato che con giovedì partisse il coprifuoco in Lombardia. Peccato che in realtà, nonostante i titoloni pubblicati dai giornali, ieri il coprifuoco in Lombardia fosse tutt’altro che certo come ha dimostrato la frenata di Salvini. Cos’è successo? Perché è stata data per assodata una notizia che in realtà, fino alla tarda mattina di oggi, non era ancora stata confermata? Qual è la chiave del gigantesco misunderstanding? La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti e riguarda i media. O meglio, la gestione in base a cui la maggior parte dei media più diffusi sta affrontando il tema della pandemia.

Come ben sa chi si occupa di fake news e di debunking, bufale e disinformazione stanno spesso nel titolo, più che nel corpo di un articolo. È quello che è successo anche ieri quando diversi titoli hanno gridato al coprifuoco in Lombardia chiarendo poi, fra le righe degli articoli, che in realtà la richiesta di Fontana aveva ricevuto solo il sì ufficioso del ministro Speranza. Il problema, però, è che – come è risultato da una ricerca di qualche anno fa – la maggior parte dei lettori si ferma al titolo, senza leggere il contenuto degli articoli. Cosa che ovviamente finisce per veicolare un livello di disinformazione preoccupante.

Sempre tornando alla giornata di ieri, fra i giornali c’è anche chi è riuscito ad andare oltre. Nel primo pomeriggio, una famosa testata ha pubblicato un titolo (corretto alcuni minuti dopo) che annunciava nientedimeno un “lockdown in Lombardia dalle 23, così come in Campania”. Ora, per quanto il titolo sia stato parzialmente corretto poco dopo, non ci vuole molto a capire che in una situazione spiccatamente emotiva come quella attuale, confondere concetti come lockdown e coprifuoco sia un errore madornale.

Ed è qui che sta il nocciolo della questione: il tema dell’impatto delle parole. Il ruolo dei giornalisti come mediatori di chiavi di lettura che non provocano solo un effetto emotivo ma hanno anche pesanti conseguenze pratiche. Come è ovvio che sia, visto il legame a filo doppio che connette pensiero e azione.

Perché i media tendono a diffondere una percezione negativa di quanto sta capitando? La risposta è complessa e ha a che vedere in parte con l’attuale modello di business in uso per la maggior parte dei giornali. Ma non solo. A fine marzo, il governo inglese ha elaborato una serie di “opzioni per incrementare l’adesione alle misure di distanziamento sociale”. Tra le diverse proposte, ce n’erano alcune che riguardavano proprio i media. In particolare, il documento insisteva su due punti: il tema della “minaccia percepita” che deve essere incrementata per indurre i cittadini ad adottare le misure di distanziamento (da una parte) e l’importanza – parallelamente – di veicolare messaggi positivi riguardo alle azioni di protezione (“le persone hanno bisogno di considerare le azioni di autoprotezione in termini positivi e di avere fiducia sul fatto che siano efficaci”).

Quella che indica il governo inglese, è quindi una strategia di comunicazione duplice che per certi aspetti viene consigliata tutt’altro che a cuor leggero. In una tabella finale, infatti, che analizza le possibili risposte a questa strategia, si puntualizza che “utilizzare i media per aumentare il senso di minaccia personale” potrebbe avere effetti negativi. Un aspetto, peraltro, che – spostando il focus sul nostro Paese – è stato ampiamente dimostrato.

Basti pensare ai dati della Società Italiana di Cardiologia, che ha rilevato un numero triplicato di infarti dall’inizio dell’epidemia. Un problema su cui giocano fattori diversi, fra cui – anche – il timore dei pazienti che per paura del virus hanno messo in secondo piano il ricorso alla prevenzione. L’esempio del governo inglese è circoscritto, ma sicuramente suggerisce una chiave di lettura utile e scalabile anche altrove.

La negatività o addirittura il registro catastrofista con cui i media stanno gestendo la comunicazione del virus, hanno però anche altre cause che hanno a che vedere con il modello di business dei giornali. Mi spiego con un esempio. In Francia il classico titolone che calca volutamente la mano e veicola fake news, è chiamato volgarmente “putaclic” (pute à clic). Il senso dell’espressione è piuttosto esplicito ed esemplifica chiaramente la tendenza a cercare di attirare i click degli utenti per convertirli in proventi pubblicitari.

La situazione, insomma, non è rosea: le condizioni di buona parte dell’informazione allo stato attuale e gli effetti ansiogeni che questo produce sugli utenti, sono sotto gli occhi di tutti. Che fare, quindi? Noi, come giornalisti, la nostra risposta l’abbiamo trovata ed è il giornalismo costruttivo. Siamo però convinti che anche i lettori abbiano un ampio margini di intervento e siano – potenzialmente – degli attori, più che dei soggetti passivi. Scegliere con cura i propri canali di informazione, cioè selezionare la propria dieta mediatica ed escludere articoli e servizi di bassa qualità, è un potente strumento d’azione. Così come è utile evitare di cadere nel tranello dei titoli acchiappa-click, smettendo di condividere notizie senza averle lette per intero.

Il giornalismo, così come ogni tipo di comunicazione in generale, non è mai univoco. Coinvolge, cioè, sia chi scrive sia chi legge. Non dimentichiamocelo.

Giornalismo costruttivo e coronavirus: come si racconta una pandemia?

come si può raccontare una pandemia con il giornalismo costruttivo

Negli ultimi due mesi, ho fatto alcune interviste e due servizi per la televisione tedesca. Si è trattato in tutti i casi di occasioni preziose, non solo per i contenuti ma anche – soprattutto – perché mi hanno “messa in crisi”. Una domanda che ci viene fatta spesso, durante i corsi, è: come si fa a trattare in modo costruttivo una notizia negativa? Di solito, rispondiamo invitando a spostare il focus sulle soluzioni: quelle che sono già state applicate in situazioni simili (per esempio) ponendo l’accento sulla “scalabilità” in un contesto diverso.

Negli ultimi due mesi, però, mi sono trovata davanti a difficoltà diverse. Perché una cosa, è scrivere un articolo e un’altra è fare un’intervista. Come fai a condurre un’intervista con gli strumenti del giornalismo costruttivo quando la situazione che ti sta raccontando il tuo interlocutore è praticamente in total-black? Quando le eventuali buone notizie sono troppo collaterali e di contorno, per avere un valore, e quando la persona che hai davanti è troppo immersa nel flusso delle cose per poter captare delle soluzioni che per il momento non ci sono?

L’ho toccato con mano in un’intervista in incognito quando un chirurgo – che, rischiando il licenziamento, mi parlava  dei problemi del suo reparto–  a una mia domanda sulle soluzioni possibili, mi ha risposto: “Devi capire che stai parlando con una persona sotto shock. La situazione che stiamo vivendo, è come una guerra: in questo momento, io sono uscito da una battaglia e tra mezz’ora tornerò dentro a combattere. Quello che vedo davanti a me, quindi, è solo il presente perché è su quel campo che sono chiamato ad agire oraLe emergenze, funzionano così.

Mi sono detta che aveva ragione lui e che forse potevo trovare un altro modo per fare giornalismo costruttivo. Perché in fondo, al di là delle definizioni teoriche, il giornalismo costruttivo è soprattutto giornalismo “utile”. La domanda corretta, allora, in situazioni come quella che ho raccontato, non è “quali sono le soluzioni possibili?” ma piuttosto: cosa è utile far emergere, di questo sfondo negativo, perché possano essere trovate delle soluzioni dopoA volte – più che un’operazione di ricerca – è utile un’operazione di setaccio, che escluda ciò che non serve (voyeurismo, riflettori accesi sui particolari morbosi) e metta in luce ciò che non funziona, in modo che in un secondo momento possa venire aggiustato.

Il dolore va raccontato fino in fondo se questo può aiutare i lettori a mettere a fuoco con lucidità ciò che sta succedendo e a cercare, insieme, nuove soluzioni. Altrimenti, indorando la pillola, si rischia solo di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Effetto farfalla: perché la gestione del covid è un problema anche per gli altri pazienti?

gestione covid

La gestione del covid non è solo un problema che riguarda il reparto malattie infettive. Anche un paziente oncologico, senza contrarre il covid-19, può morire a causa non del virus ma della gestione che ne è stata fatta. Così come un chirurgo che lavora in ambito oncologico, rischia di non poter fare il proprio lavoro, andando incontro a gravi conseguenze. In questa intervista, X – chirurgo che opera in un grande ospedale pubblico lombardo e che ha principalmente a che fare con pazienti oncologici – racconta quali conseguenze ha avuto la gestione del virus sul suo settore e sul suo lavoro. L’intervista è “clandestina” perché la Direzione del noto ospedale lombardo di cui si parla, ha vietato ai suoi dipendenti qualsiasi dichiarazione pubblica. Nelle intenzioni di X, l’intervista non rappresenta una denuncia fine a se stessa, quanto piuttosto un tentativo di mettere a fuoco una serie di problematiche a cui sarà necessario (e urgente) trovare delle soluzioni.

 

Qual è stato l’impatto della situazione covid su un reparto come il tuo, diciamo, “periferico”: in cui medici, cioè, lavorano con altre tipologie di pazienti, che non sono covid-positivi? Cosa hai visto cambiare?

Tutto, dalla A alla Z. Ogni singolo aspetto della nostra attività è stato completamente stravolto. Sostanzialmente siamo andati incontro a un progressivo lockdown anche noi. Ti parlo innanzitutto di cambiamenti quantitativi. Conta, per esempio che di solito operiamo circa 25 pazienti alla settimana (quindi 100 persone al mese, di cui 80 sono malati oncologici) mentre nell’ultimo mese abbiamo operato 6 pazienti di cui 5 tumorali gravissimi.

E gli altri?

Tutti gli altri sono rimasti in attesa. Non parlo solo di sala operatoria ma anche di attività di reparto. Normalmente abbiamo X posti letto che nell’ultimo mese sono andati riducendosi progressivamente per poter accogliere i pazienti covid-positivi. Cosa che abbiamo ovviamente accettato come indispensabile perché è chiaro che c’era (e c’è) un’urgenza più immediata.

 

Parliamo quindi di impatto sia sui pazienti oncologici che su altre tipologie di pazienti.

Sì. Da noi abbiamo un’attività di sala operatoria – e di conseguenza la necessità di posti letto – e un’attività ambulatoriale (in day hospital) dove effettuiamo piccole manovre parzialmente invasive, non proprio chirurgiche ma comunque non differibili.

 

Per esempio?

Ad esempio, procedure invasive cui i pazienti devono sottoporsi periodicamente, pena complicanze come le infezioni. E di setticemia, si muore. In pratica, così come per le attività chirurgiche, anche da questo punto di vista abbiamo dovuto limitare al massimo l’uso dei posti letto.

 

Cosa ha implicato questo, per voi e per il paziente? Un calo degli interventi?

No. Gli interventi minori come le suddette procedure, abbiamo continuato a garantirli ugualmente ma gestendoli a livello esclusivamente ambulatoriale, praticamente rimandando i pazienti a casa subito dopo a costo di rischiare sulla loro pelle e sulla nostra professionalità, proprio perché si tratta di procedure non procrastinabili.

 

Cosa rischia un medico costretto ad adottare questo modus operandi?

Rischia di non essere tutelato in nessun modo: un paziente, per esempio, potrebbe tranquillamente trascinarlo in tribunale (il che, come sai, è già una pratica molto diffusa in Italia negli ultimi anni). Oltre al rischio, in primis, di nuocere al paziente.

Tutto questo, ovviamente, abbiamo cercato di farlo passare attraverso la Direzione, in modo da avere (diciamo) un avallo esplicito da parte dell’ospedale.

 

E…?

Il sì è arrivato ma solo a parole, senza nulla di scritto. In pratica è come se stessimo utilizzando dei protocolli di guerra senza che però nessuno ce ne abbia dato esplicitamente uno. Le risposte arrivano in maniera del tutto informale, via mail o tramite whatsapp: quindi senza nessuna reale tutela, per noi.

Le grandi riorganizzazioni dell’attività sono state formalizzate, ma per le singole procedure della quotidianità abbiamo avuto un adattamento darwiniano non riconosciuto formalmente e che pertanto libera la Direzione da ogni responsabilità futura.Come si dice…”aiutati che Dio ti aiuta”.

 

Questo, a livello di gestione interna. Sul piano invece della gestione esterna, come si è attivata la Regione?

Quando è diventato palese a tutti che i tempi dell’epidemia sarebbero stati lunghi e di conseguenza il blocco dell’attività ordinaria non urgente, la Regione ha creato una rete assistenziale che comprendesse anche la sanità privata e quella privata convenzionata, per dare respiro a quella pubblica ormai al collasso. Cosa che porta alla ribalta un altro tema (quello del rapporto tra pubblico e privato) su cui vale la pena di riflettere.

 

Mi dicevi che questo vi consente comunque di operare solo una parte dei vostri pazienti.

Sì, sulle nostre liste di attesa per patologie oncologiche (già abitualmente lunghe e  ben oltre i trenta giorni entro i quali per legge bisognerebbe garantire le cure ad un paziente oncologico) siamo stati costretti a fare una forte selezione. Ti assicuro che questo è stato uno dei momenti più difficili: una sorta di “tu sì, tu no”, ben sapendo che chi non è stato classificato come urgente lo diventerà presto. Per un medico, dover dire a un paziente “non posso aiutarti” è qualcosa di terribile.

 

Cioè avete dovuto scegliere chi operare o meno?

Sì, sapendo peraltro che avremmo potuto curare anche meno pazienti di quanto ipotizzato.

 

E in base a quali direttive viene operata la selezione?

C’è tutto un dibattito sulle linee guida SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva) secondo cui, in un momento di disponibilità insufficienti, bisogna cercare di privilegiare le risorse e darle a chi ha maggiori aspettative di vita. Questo in realtà non riguarda solo gli anestesisti ma anche noi. La notizia di oggi, per esempio, è che un paziente che era da 4 mesi in lista di attesa per un tumore, che era candidato a un intervento molto demolitivo e che – essendo un paziente fragile – aveva bisogno di un posto in terapia intensiva (per cui continuava a essere rinviato a causa della saturazione delle terapie intensive), ha fatto una rivalutazione da cui è risultato che sono insorte delle metastasi. Questo significa che quel paziente non verrà più operato, perché ormai la chirurgia non sarebbe più curativa per lui. Sarà un morto di tumore in più che forse, chissà, magari con un’operazione più tempestiva, si sarebbe salvato.

 

Come fate a comunicare a un paziente come questo che non lo potete operare? Vi sono state date delle linee guida generali?

Abbiamo avuto un mese di “pausa”, o quantomeno di riorganizzazione dell’attività come dopo un terremoto, e in questo lasso di tempo il grosso dell’attività è stato rispondere alle chiamate dei pazienti che ci chiedevano “Allora, quand’è che mi operate?” C’è stato quindi, di fatto, un contatto costante.

 

Guidato dalla direzione dell’ospedale?

No, assolutamente autogestito. In totale assenza di direttive. Abbiamo cercato di gestire tutto al meglio, in scienza e coscienza.

 

A livello di comunicazione, quindi, l’unica direttiva che avete ricevuto è l’obbligo di non comunicare all’esterno nulla di ciò che sta succedendo nel vostro ospedale?

Esatto.

 

E quando vi è stata comunicata?

Subito all’inizio, ribadita poi ulteriormente quando un dipendente ha inviato un messaggio whatsapp, in cui diceva peraltro cose verissime e che puntualmente si sono verificate e il vocal è diventato virale. Tant’è che a distanza di poche ore ci è arrivata la seconda comunicazione per cui l’unica deputata a dare informazioni è la Direzione, tramite le indicazioni della Regione.

 

Si è trattato di una direttiva interna, quindi? Non regionale?

Ufficialmente, la direttiva è arrivata dalla Regione. Nel nostro ospedale ci sono circa X (centinaia, ndr) malati covid ricoverati, su X (più che centinaia, ndr) posti letto. Ne sapevi qualcosa? Ne hai sentito parlare? Sicuramente no, tutt’oggi dopo più di un mese la gente continua ancora a chiedermi “ma da voi ci sono pazienti covid?”. Quando si parla di ospedali in prima linea per l’emergenza covid vengono nominati il Sacco, il San Raffaele. Non si parla di noi. La situazione è stata gestita in modo tale da evitare che uscissero informazioni da qui. Tanto che mentre venivano diffuse le linee guida di SIAARTI, che stabilivano la necessità di suddividere equamente le risorse, mentre a Bergamo il primario della rianimazione dichiarava apertamente che loro non potevano dare risorse a tutti perché le risorse le avevano finite, da noi si dichiarava pubblicamente che non è vero che il nostro ospedale non ha risorse e che i pazienti vengono selezionati ma che, al contrario, anche un ottantenne qui ha la possibilità di venire intubato come tutti gli altri pazienti. Si tratta di dichiarazioni ufficiali facilmente rintracciabili sui media, se vuoi verificare. Bè, io ho qui ricoverato un amico sulla settantina, che per fortuna non ha bisogno di essere intubato. Nel caso, so che i colleghi non me lo negherebbero e la cosa quasi mi dispiace, perché so che non può essere per tutti così.

Anche in altri ospedali, comunque ho dovuto rinunciare a intervistare il personale per direttive che (in quei casi, esplicitamente) venivano dalla Regione.

Non stento a crederlo. Sicuramente la direttiva originaria viene dalla Regione che vuole mantenere il controllo dei dati. Sappiamo bene, infatti, che il numero dei morti, dei contagi e dei malati è falsato da una serie di fattori infinita.

 

Ti riferisci alla scarsità di tamponi effettuati, immagino.

Sì, per quanto riguarda i contagi ma non solo. Prendiamo il numero dei deceduti: ce ne sono centinaia, che sono morti nella propria casa… in teoria di polmonite ma di fatto senza che nessuno li abbia sottoposti a tampone (e che quindi non rientrano nelle statistiche). Idem per quanto riguarda i malati che – finché non li sottoponi a tampone – non risultano percentualmente fra i malati di covid. La stessa cosa vale per i contagi, in merito agli asintomatici che hanno contratto il virus. Qui per esempio, non sappiamo chi fra di noi è stato contagiato perché la Regione Lombardia ha deciso di non fare tamponi a tappeto e i sanitari vengono sottoposti a tampone solo alla guarigione.

 

Non nel momento in cui insorgono dei sintomi?

No: non c’è il tampone alla diagnosi, ma al rientro. Dopo i classici 14 giorni viene effettuato un tampone, seguito – a un giorno di distanza – da un altro tampone. Con due tamponi negativi, puoi rientrare in servizio.

 

Questo, quindi, se sei sintomatico.

… e se sei in Lombardia. I nostri colleghi in Veneto vengono sottoposti a un trattamento ben diverso. Ho colleghi di Padova, Verona e Bassano che mi dicono che hanno già fatto 4 tamponi a testa. Cioè, in pratica, un tampone alla settimana. Anche i pazienti hanno un trattamento diverso. Nel loro ospedale non entra un paziente che non sia già stato sottoposto a tampone: ti parlo sia di pazienti arrivati al Pronto Soccorso, sia di pazienti che arrivano per interventi di qualsiasi tipo non procrastinabili. Queste sono differenze che hanno un peso enorme. Non te lo dico pensando solo ai medici ma anche e soprattutto nell’interesse dei pazienti: è un dato di fatto, noi medici siamo il principale veicolo di diffusione del virus. Veicolo interno ed esterno. Considera che siamo in pieno lockdown: praticamente, gli unici che girano a piede libero, siamo noi sanitari.

 

Visto quindi che regioni diverse hanno adottato una politica sui tamponi differente, perché secondo te Regione Lombardia ha preso questa strada?

Io ho la mia idea. Credo che la Lombardia abbia sbagliato direzione all’inizio. Quando uno fa un errore madornale in prima battuta e questo errore causa una catastrofe, poi dire “scusate, abbiamo sbagliato: ora cambiamo direzione” implica un suicidio politico. È così, quindi, che continua a venir iterato lo stesso errore che provoca morti su morti, per un unico motivo.

 

Senza stare a piangere sul latte versato, quale potrebbe essere l’alternativa, in questo momento? Perché immagino che un’alternativa ci sia.

Certo che c’è. Soprattutto ora, che i contagi sono stazionari e l’emergenza è più contenuta. È questo il momento di agire: di sterilizzare gli ospedali e di fare in modo che medici, infermieri, OSS e tutti quanti, siano sottoposti a tampone in modo da non reiterare la diffusione del virus. Siamo in un momento cruciale in cui davvero, si potrebbe cambiare strada.

 

E perché non viene fatto?

Probabilmente per paura di trovare troppi sanitari covid-positivi e di vedersi svuotare gli ospedali.

 

È un timore giustificato, secondo te?

No. Perché anche nell’ipotesi in cui io – asintomatico – risulti positivo, potrò comunque in tutta serenità andare a lavorare nel reparto destinato ai pazienti covid-positivi: evitando, quindi, di infettare gli altri ma rimanendo allo stesso tempo attivo.

 

Parliamo dei presidi. Quali sono le principali carenze che avete notato?

Le carenze sono a tutti i livelli. C’è il livello di sicurezza estrema, di cui si dovrebbe avere bisogno nei reparti di terapia intensiva dove i pazienti covid vengono intubati e dove c’è il rischio concreto di aerosolizzazione del virus (le famose droplets). Le prime rianimazioni sono partite perfettamente equipaggiate di tute in tyvek, poi progressivamente – venendo meno le tute – ci si è basati su altri presidi, che però sono inadeguati. Una collega mi ha parlato di visiere che, pur essendo un dispositivo monouso per definizione, vengono tenute per giorni interi, lavate con alcool a fine turno e debitamente conservate per evitare che vengano trafugate essendo diventate merce preziosa. Alla fine sono così usurate che, proprio nel momento dell’intubazione (il più rischioso, quindi) vengono direttamente tolte. Stessa cosa per quanto riguarda le mascherine ffp3, che vengono tenute ben oltre il loro limite e lavate con alcool a fine turno (non sono aneddoti, ma disposizioni e consigli della Direzione, sempre verbali ovviamente). Progressivamente hanno abbassato il livello di guardia, dichiarando che diversi presidi utilizzati all’inizio non erano più necessari. Conta che nei nuovi reparti di terapia intensiva che sono stati inaugurati da noi, le visiere necessarie se le sono comprate i medici: al Brico Center, prendendo quelle da giardinaggio. Mano a mano che si aprono le terapie intensive, quindi, in sostanza i presidi non ci sono.

 

Questo per quanto riguarda i reparti dedicati ai pazienti covid-positivi. Nel vostro reparto, invece?

Noi siamo obiettivamente quelli più a rischio. Oggi, infatti, come fai a dire con sicurezza che un paziente non è covid-positivo, soprattutto visto e considerato che siamo in Lombardia? Tutti i pazienti dovrebbero essere pensati come potenzialmente positivi nell’ambito di una pandemia, per definizione e secondo rigore scientifico, ma ciò non succede. Il fatto quindi che i sanitari del nostro reparto abbiano minori protezioni rispetto a quelli di altri reparti, mette tutti a rischio. Pazienti compresi.

 

Ma dall’alto come è stata veicolata questa carenza di presidi, a livello di direttive?

Le direttive sono cambiate progressivamente alleggerendo i presidi. Mentre quindi all’inizio sembrava che fosse necessario avere tutto, poi le necessità sono state ricalibrate sulla base di quel poco che c’era. E il risultato, è sotto gli occhi di tutti.

La carenza dei DPI (dispositivi di protezione individuale) non viene comunque riconosciuta ufficialmente dalla Direzione.

 

Mi accennavi a una soluzione messa in campo nella gestione dei vostri pazienti…

Sì. Come ti dicevo Regione Lombardia ha fatto in modo di creare una rete oncologica in modo da dirottare una parte dei nostri pazienti su centri chirurgici che potessero essere considerati covid free (almeno sulla carta).

 

Questa potrebbe essere una soluzione provvisoria concreta?

Solo parzialmente. È una decisione, infatti, che è stata presa in clamoroso ritardo e che avrebbe dovuto essere subito operativa. Poi c’è un altro problema, che questa decisione evidenzia, e che riguarda la commistione tra pubblico e privato. Il nostro è un ospedale pubblico “puro” (che permette al paziente di essere assistito senza dover pagare) dopodiché abbiamo all’interno dell’ospedale la possibilità di fare degli interventi e delle visite private, senza però che questo possa ridurre la capacità della struttura di curare il paziente non pagante. Esistono poi delle strutture private convenzionate e infine i privati puri. Ora, cos’ha fatto Regione Lombardia? Ha organizzato le cose in modo che noi, ospedali pubblici, iniziassimo a lavorare solo per i pazienti covid ma ha lasciato che le strutture private pure o private convenzionate continuassero a lavorare per i fatti loro.

 

Questo cosa implica?

Implica che un paziente che, puta caso, arriva da me a febbraio per un tumore e viene messo in lista d’attesa, a marzo verrà operato in una di queste strutture. Il tutto a loro beneficio, economicamente parlando. E ti dico di più: mentre qui noi impazziamo per cercare in qualche modo di stare dietro a tutto, nella clinica X o Y c’è ancora chi va a farsi mettere qualche misura in più di reggiseno… con un anestesista, pagato profumatamente dal paziente, che potrebbe essere impiegato negli ospedali pubblici, dove l’urgenza di personale in reparti covid, svuota di anestesisti anche reparti come il nostro. Anche questi non sono, ahimè, aneddoti ma fatti realmente accaduti. Pensa che in questo momento, i colleghi dell’ospedale privato convenzionato in cui andiamo a operare i nostri pazienti, ci hanno accolti a braccia aperte, perché loro – che lavorano con tanti pazienti che vengono da fuori regione – ora come ora hanno le sale operatorie vuote. A queste strutture quindi, non è parso vero di poter guadagnare sul pubblico: peraltro con responsabilità mediche e legali che rimangono a nostro carico.

 

A proposito di personale mancante, anche in Lombardia è stato aperto un bando per il reperimento di nuove risorse. Da voi sono stati assunti nuovi medici?

Sì, alcuni anestesisti specializzandi al quinto anno sono stati assunti. Si tratta però di persone che in pratica erano già dentro: da affiancamento, ora sono passati in prima linea. Non è stata, quindi, un’aggiunta vera e propria al netto del numero di persone che lavorano in un reparto.

 

Tenendo conto di tutte le mancanze che sono emerse, cosa è importante che cambi – a emergenza conclusa – perché in futuro una situazione simile venga affrontata in modo diverso?

Ci sono degli aspetti che possono essere migliorati ma di fatto, il grosso del cambiamento deve avvenire a monte. Parlo proprio di regole del gioco e di aspetti che dovevano essere cambiati da molto prima, perché riguardano tutta la sanità pubblica, dove si lavora allo spasimo e non in sicurezza. La cosa più importante, oggi, sarebbe rimpolpare gli organici e dare forza lavoro agli ospedali. Il secondo tasto dolente riguarda il rapporto tra pubblico e privato perché quello che faccio io qui e quello che fa il mio collega in una clinica privata, ha lo stesso valore ma un prezzo diverso e questo costo viene sostenuto dal paziente. Al di là dei presidi mancanti, al di là delle direttive inadeguate, poi, ci deve essere a livello globale un atteggiamento di tutela della nostra professione, che ci permetta (allo stesso tempo) di tutelare anche il paziente. Guardiamoci in faccia: oggi, per l’opinione pubblica, siamo eroi ma domani rischiamo di essere trascinati tutti davanti all’avvocato per aver fatto prendere la polmonite a chissà quanti pazienti! Ieri ho chiamato un paziente per dirgli che si era liberato un posto in sala operatoria e quando lui mi ha chiesto se poteva stare tranquillo, ho dovuto mettermi una mano sulla coscienza e dirgli: “No, ma mettendo le due possibilità sul piatto della bilancia è comunque meglio che lei venga”.

 

Parlando di possibili scenari nel futuro prossimo, sembra sempre più plausibile l’eventualità di una stabilizzazione del virus da uno stato di guerra a uno stato di guerriglia, con diversi stop and go

Sì, al momento è l’ipotesi più probabile.

 

Anche per quanto riguarda l’Italia?

Secondo me in Italia, ci sono due situazioni distinte: quella delle regioni in cui il virus è stato più virulento, come la Lombardia, che quando ripartiranno probabilmente non andranno incontro a grandi ondate successive, in parte perché (per precauzione) modificheranno il loro stile di vita e in parte perché, sinceramente, penso che la maggioranza della popolazione abbia ormai già contratto il virus (il che presuppone che una qualche forma di immunità di gregge, ormai si sia sviluppata). Ci sarà poi la situazione di regioni dove oggi il virus si è sviluppato meno e in cui, quindi, è possibile che le ondate successive siano molto più forti. In quei casi sì, lo stop and go potrebbe essere l’ipotesi più realistica.

 

Ecco, l’eventualità di questo tipo di scenario – e quindi la sua normalizzazione, anche se in modo differenziato – non potrebbe stimolare la messa a punto di nuove soluzioni a livello gestionale?

Dipende. La situazione in Cina, per più di due mesi, avrebbe dovuto metterci in guardia e spingerci a trovare risposte e soluzioni in anticipo. E invece no: il virus si è diffuso a macchia d’olio, senza che nessuno Stato dimostrasse di aver saputo far tesoro dell’esperienza cinese. Ognuno ha sempre pensato di essere il più forte, il migliore e che non sarebbe stato toccato. La realtà delle cose ha dimostrato il contrario: bisogna essere preparati. L’esercito, in tutte le nazioni, ha dei programmi per la guerra chimica che includono degli stock di risorse intoccabili (riserve di mascherine, farmaci e materiale vario) che progressivamente scadono e vengono sostituite. Questo insieme a piani di evacuazione, ecc. Queste cose esistono, ma sono confinate al mondo dell’esercito. Creare delle procedure di questo tipo, per uno Stato è una decisione difficile da prendere ma credo che ormai vada considerata seriamente.