Pillole di storytelling per chi è troppo snob per guardare Game of Thrones (o per dire che gli è piaciuto)

Game of Thrones ha molto da insegnare, quanto a storytelling

Nell’ultimo mese, mi son fatta frequenti capatine sulle bacheche di parecchi amici scrittori. Gente che in buona parte stimo e che – proprio per questo motivo – mi ha colpito per l’atteggiamento tenuto rispetto alla serie che si è conclusa ieri sera. Parlo di Game of Thrones, ovviamente.

In linea di massima, la reazione si può dividere in tre grandi categorie: quella di chi dichiara (con orgoglio) di non aver visto la serie, quella di chi chi ammette (coi denti davanti)  di averla vista in parte e di trovarla pessima e quella di chi tace. La cosa che trovo strana – visto che apparentemente non stiamo parlando di una setta, ma di intellettuali presumibilmente liberi – è la povertà di voci fuori dal coro. Autori, cioè, che dichiarino che a loro, GoT, è piaciuto. Ovviamente parlo di un campione di persone piuttosto ristretto e circoscritto agli autori con cui sono in contatto sui social… di fatto, però, la domanda mi sorge spontanea: a che pro, tanto aristocratico snobismo?

Personalmente, mi è piaciuta tanto la serie quanto il suo discusso (ma poteva essere altrimenti?) finale. Al di là di questo, però, vorrei spostare l’attenzione su un altro campo: quello della percezione. E anche quello dell’utilità di GoT in termini di storytelling, per chi – di lavoro – costruisce storie.

La vitalità delle serie televisive vista da un altro punto di vista

La gente legge di meno, è un dato di fatto, ma il successo di alcune serie televisive – GoT in primis – potrebbe secondo me aiutarci a guardare al problema in un’altra prospettiva. Leggiamo di meno ma, di contro, non abbiamo smesso di aver bisogno di storie. C’è gente che si tappa in casa per fagocitare serie televisive, gente che cade nella dipendenza, altri che sviluppano un vero e proprio fanatismo.

Si può storcere il naso e parlare di fenomeni pop e di massa, ma questo non cambia il nocciolo della questione: oggi, come e forse più di ieri, continuiamo ad avere bisogno di storie e il fatto che il libro (come supporto di queste storie) stia in parte perdendo terreno è un problema, sì, ma non un’apocalisse. I libri non sono sempre esistiti, le storie sì. E a guardarle con occhi nuovi, sembrano avere una resilienza e una vitalità fuori dal comune.

Considerando le cose in quest’ottica, secondo me, il vero problema – il vero nemico – non è il fatto che la gente legga di meno ma qualcosa di molto più grave. Parlo del dilagare dell’analfabetismo funzionale e di quel deficit di attenzione che miete vittime tra i più giovani (ma anche tra di noi). il problema non è chi non legge, ma  l’atteggiamento abulico e i neuroni in pappa di chi non riesce più a seguire il filo di una storia. Quindi, viva le serie televisive se – almeno per ora – aiutano a controbilanciare quella che, sì!, sarebbe un’apocalisse!

 

Qual è la forza di Game of Thrones come storia? E cosa può lasciare di utile, a chi scrive?

Proprio perché ci troviamo davanti a una storia che funziona e che smonta parecchi cliché dati per assodati nello storytelling tradizionale, la risposta non è univoca. Per quanto mi riguarda, sottolineerei il “cambio di domanda” che riguarda l’Eroe. Cosa sia il Viaggio dell’Eroe, lo sa chiunque si sia masticato un po’di morfologia della fiaba. Ci sono serie televisive, che hanno gonfiato e moltiplicato le domande sul tema. “Fortitude”, per esempio – prima di mandare tutto in vacca nelle due stagioni successive – ha amplificato l’interrogativo “Chi è l’Eroe?” sullo sfondo di un contesto che avrebbe fatto vedere i sorci verdi anche all’Agatha Christie di “Dieci piccoli indiani”.

Game of Thrones fa qualcosa di diverso: moltiplica le domande o meglio, le frammenta e le accorpa intorno a quello che secondo me è il grande nucleo centrale. Non “chi è l’Eroe?” ma: “cos’è che rende tale un Eroe?” A modo suo, penso che ogni personaggio sia una risposta a questa domanda, che non presuppone (e alla fine non dà) una risposta univoca. Per il semplice fatto che una risposta esterna, non c’è. L’Altrove, è quell’azzurro apparente – che ci protegge da una Notte assoluta – di cui parla Paul Bowles in “Un tè nel deserto”. Gli Dei si manifestano in un alfabeto che i maghi non sanno decifrare e in nome del quale compiono ecatombi senza senso (vedi Melisandre).

In questa assoluta mancanza di un referente esterno (o meglio: di una trascendenza intellegibile) le “anime belle” – tipo Ned Stark – in fondo non servono a nessuno. Brienne di Tarth – epigono del cavaliere senza macchia e senza paura – è un Don Chisciotte triste, che si aggrappa a un giuramento e all’idea di una missione come se si trattasse di un suo personale esorcismo contro il Buio. Lo stesso stato di indecisione cronica a cui è crocifisso Jon Snow, allude a questa difficoltà normativa di trovare un principio etico universale a cui aggrapparsi.

Il discrimine tra i personaggi sta proprio qui: qualcuno di loro è nato con dentro un daimon da seguire, altri cercano ancora questa voce all’esterno. E non la trovano. Arya sa già chi è (e chi non è: cioè una lady) già dalla prima serie e una volta dismesso il vessillo della vendetta (la “sua” personale missione cavalleresca, quasi un doppio specularmente opposto a quello di Brienne) seguirà il suo daimon in composta solitudine. Danerys ha pure lei il suo daimon… solo che, nella sua parabola napoleonica, gli mette in mano un megafono e una missione ecumenica che trascineranno lei (e mezzo mondo) in un gigantesco tritacarne. Ecco, io credo che sia questa la chiave dell’originalità (e della bellezza) di Game of Thrones in termini di storytelling: la frammentazione dell’Eroe – inteso come monolite – in una nebulosa di schegge  apparentemente impazzite ma che seguono ognuna, la sua precisa traiettoria. E’ questo che genera i colpi di scena davvero imprevedibili, che sbaraglia le carte in tavola alla Sequenza di Propp e che dà l’impressione – a chi segue la storia – di essere davanti a qualcosa di completamente nuovo.

Game of Thrones ha cambiato il nostro sguardo sulle storie. Fenomeno pop? Forse, ma girare la testa dall’altra parte non ci rende più aristocratici: ci rende solo più miopi.

 

Game of Thrones e la paranoia dello spoiler. Ne abbiamo sempre sofferto?

Game of Thrones e la paranoia dello spoiler. Ne abbiamo sempre sofferto?

Un paio di mesi fa ho tenuto un corso di storytelling e sceneggiatura che, in fase di preparazione, mi ha indirettamente fornito una lente di ingrandimento su come è cambiato il nostro modo di costruire storie e di raccontarle. E’ proprio mentre ero lì “con le mani in pasta” nella fase di ricerca che un amico mi ha suggerito di guardare “Game of Thrones”.

Non amo il fantasy e le ambientazioni medioevali mi stufano a priori, ma l’amico in questione mi ha fornito l’esca perfetta dicendomi che “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” scardinano diversi cliché dello storytrelling tradizionale (vedi schema di Propp ecc). Insomma, ho affrontato la fatica e mi sono macinata sette serie per rimettermi in pari. Risultati: ho immagazzinato materiale di riflessione da qui ai prossimi vent’anni. Effetti collaterali: ho sviluppato una dipendenza da GoT quasi invalidante (però ne sto uscendo).

Ma torniamo a bomba. Stamattina ho letto un articolo sull’ultimo episodio di GoT – che devo ancora vedere – e dopo poche righe mi sono resa conto (santiddio!) che si trattava di uno spoiler. Ho chiuso l’articolo. Ho smadonnato. Poi mi sono fermata a riflettere sul concetto di spoiler e mi  è sorta spontanea una domanda. Del tipo: è sempre esistita la paranoia dello spoiler? Come sono cambiati – in questo senso – i fruitori di storie?

Di materia prima sul tema, ce n’è a iosa a partire dalla letteratura più antica. Vogliamo parlare del dettagliato spoiler che Omero – o chi per esso – ci propina nel proemio dell’Odissea? Del prologo – altamente spoilerante – del “Romeo e Giulietta” di Shakespeare? Dell’incipit di “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”? Di alcuni film che iniziano a partire dal finale, come “Lettera da una sconosciuta” di Ophuls? La letteratura – e la cinematografia – sono piene zeppe di esempi di questo tipo. Se pensiamo poi a forme come la fiaba e la leggenda (cioè a storie fatte per essere ri-raccontate da chi non ne conosceva solo il finale, ma anche la trama) le cose sono ancora più evidenti. Chiudo l’elenco con l‘esempio di George Lucas, il quale nel ’76 (ripeto: settatasei!) raccontò per filo e per segno al New York Times la trama di Stars Wars dal principio alla fine.

Ma rifacciamo un passo indietro. C’era – in effetti – un tipo di storytelling, nel passato, in cui non erano previsti spoiler (al di là di gialli e noir, ovviamente). Lo dico con cautela e a caldo, perché non ho fatto ricerche approfondite in merito: parlo del romanzo d’appendice, una tipologia di racconto in cui l’uso di tecniche di suspense era fondamentale per indurre il pubblico a proseguire nella lettura (comprando il numero successivo del giornale). Ed è qui che mi sorge un dubbio: non è che alla fin fine il problema sta tutto qui? Forse abbiamo iniziato a fruire delle storie così come si legge un giallo, un noir, o come si leggeva un romanzo d’appendice: con l’attenzione magnetizzata dal “cosa succederà ora?” piuttosto che da altri elementi cardine dello storytelling universale.

Parlo dell’aspetto identificativo, per esempio: quello che – anche sul piano pedagogico – ha segnato il successo secolare (no, millenario) della fiaba. Quando un bambino prosciuga il cantastorie di turno chiedendogli di raccontargli per l’ennesima volta la storia Pollicino, non lo fa perché si è dimenticato la trama o il finale. Lo fa per precipitare in una sorta di mantra autoipnotico in cui sarà lui a diventare Pollicino e in cui lui sconfiggerà l’orco e tornerà a casa da vincitore.

Ci sono poi altre storie che sembrano fatte per essere ri-lette, ri-ascoltate e ri-viste piuttosto che per esaurirsi a una prima fruizione. Parlo – per esempio – di quelli che Calvino chiamava “i classici“: le storie che, a ogni lettura, sfogliano livelli ulteriori di significato. Ho ri-letto “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov nove volte. Ho rivisto “Jules et Jim” di Truffaut non so quante volte tanto che certi dialoghi, li so a memoria. Le storie – o meglio: certe storie – hanno senso al di là del finale o degli eventi cardine che ne scandiscono la trama. Anche GoT, che soprattutto nelle prime stagioni aveva dalla sua dei dialoghi bellissimi.

La paranoia dello spoiler appiattisce i livelli di lettura di una storia e ci impedisce di coglierne la tridimensionalità. Un po’ come per i viaggi.. Se non capite cosa voglio dire, leggetevi “Itaca”… che certe cose, Kavafis le aveva capite da mo’.

“Strega comanda color…” Alice Bottarini, colour designer

E’ italiana ma vive a Londra dove – in barba alla Brexit in itinere – lavora tranquilla da anni. Alice Bottarini è una colour designer – anzi: colour design manager – e lavora nel settore dell’automotive di lusso. In cosa consista il suo lavoro, non l’ho mai veramente capito… almeno fino a un anno fa, quando Alice mi ha dato appuntamento a Parigi, nel Marais,  “Accompagnami in giro per negozi, sono qui per la mia azienda. Così mi vedi in azione e capisci che lavoro faccio”.  Un invito a nozze: da brava curiosa cronica, non me lo sono fatta dire due volte e così mi sono trovata in giro con lei tra gallerie d’arte e negozi di design. L’intervista vera e propria è iniziata in un negozio di arredamento, mentre la guardavo alzare le antenne, toccare tutto e registrare ogni cosa nei minimi particolari.

Dunque, partiamo dall’ABC. Perché siamo qui?

Quando entri in un negozio come questo, che è pieno zeppo di oggetti di design, riesci a capire subito qual è la tendenza attuale e quali saranno le tendenze future.

Ah sì?

Bè, certo… ovviamente devi essere un addetta ai lavori e bazzicare il nostro ambito. Per esempio, guarda qui: abbiamo delle sedie verde scuro, bordeaux e color panna rosato, su uno sfondo color aragosta. Non sono colori convenzionali, giusto? Ecco, mi basta questo per iniziare a fiutare il cambiamento e capire in che direzione si sposteranno i colori perché l’anno scorso, quando sono venuta qui,  le tonalità  dominanti erano di tutt’altro tipo: c’erano il blu, il bluette…

Ma di preciso – al di là del fatto che ora li trovi in questo allestimento – cosa capisci a partire dalle tonalità di questi oggetti?

Capisco che in futuro – e ti parlo di futuro prossimo – sul mercato sbarcheranno queste tonalità, che insieme allo sfondo aragosta ti fanno capire che ci sarà un ritorno ai colori tendenzialmente più saturi. Tu conta  che il colore sugli oggetti o sull’automobile manca da una decina di anni: un sacco di tempo. Quindi che succede? Gli acquirenti iniziano a stufarsi ed ecco che il mercato comincia a riproporre le tonalità pop che andavano in voga negli anni Cinquanta.

Un revival, quindi?

No, non proprio: diciamo che si tende a prendere ispirazione da quell’universo cromatico rivisitandolo. Prendiamo un colore a caso, il viola: lo ritroverai ma traslato in un viola bordeaux elegante. Niente a che vedere, quindi, con l’effetto piatto delle vecchie tonalità pop! Quello che tenderà a emergere verrà percepito come qualcosa di diverso, di più elitario.

Ma come nascono le nuove tendenze del colore?

Il punto di partenza è…

L’automobile.

No, quello è il punto di arrivo. Il punto di partenza è sempre l’oggetto meno costoso. Prendi ad esempio il tuo portafoglio (ndr: portafoglio in plastica iridescente, mostruosamente kitsch. L’ho scelto apposta per questo).

Bè, cos’ha il mio portafoglio che non va?

Nulla. Tu lo hai portato a casa pensando che la tua fosse una libera scelta, una forma di autoironia ecc.

Un gesto dadaista…

Ecco. E invece no. Fra tutti  i portafogli che avevi davanti, hai scelto l’unico che si distingueva da tutti gli altri, quello che avevi visto di meno… lo so che non la prenderai bene, ma in pratica sei entrata dritta dritta in un meccanismo perfettamente congegnato, che funziona proprio così: si inizia con l’introdurre le nuove tendenze cromatiche partendo dall’oggetto più economico per entrare nella sfera dei consumi di massa. Parti dallo smalto, dal portafoglio, dall’oggettino economico di Accessorize e poi magari tra tre anni Burberry ti propone il solito trench marrone con i colori del tuo portafoglio.

Mi stai dicendo che uscirà un trench iridescente?

Bè, guarda caso ne è già uscito uno con il bordo fluorescente. E’ così che prende forma il processo di innovazione del prodotto: in modo ragionato e tutt’altro che eclatante.

Ma come funziona esattamente il processo: si inizia col proporre ai clienti una gamma di colori, studiandoli e selezionando poi, in seconda battuta, quelli che gli acquirenti scelgono? O il colore dell’anno viene deciso a tavolino e poi “calato dall’alto”?

Esistono degli studi specifici, predefiniti, in base ai quali si sa già che il tal colore avrà una determinata possibilità di durata sul mercato, in relazione a un target specifico di acquirenti. Per quanto riguarda l’automobile, che come bene di consumo dura molto di più rispetto a un portafoglio, si tende a puntare su colori come il blu, il nero o l’argento. Tonalità che dureranno di più perché non annoiano. Quando invece l’obiettivo è quello di “stancare” più velocemente l’acquirente – inducendolo quindi ad acquistare più spesso – ecco che viene scelta una gamma di colori diversi. In questo caso, quindi, vengono introdotte delle tonalità che il tuo cervello elaborerà più velocemente.

Obsolescenza programmata applicata al colore, in pratica. Fammi un esempio.

Tipo, in un cappotto vengono inseriti dei particolare per cui dopo un anno ti stufi e cambi. In questo modo ti abitui a preferire sempre ciò che percepisci come una novità rispetto a ciò che il tuo cervello ha registrato come assodato.

Quindi, ricapitolando, il tuo lavoro consiste nel bazzicare negozi di design e simili per cercare di indovinare quali tendenze cromatiche si affermeranno nel mondo dell’automobile?

No, non tiro a indovinare: so che dall’esterno può sembrare strano (e anche un po’ magico) ma di fatto in base all’assenza o alla presenza in un determinato luogo, riesci a percepire con esattezza quando un colore tornerà sul mercato, quanto resterà e quando tramonterà. Nel 2006, per esempio, il marrone era il grande assente del momento e io mi sono ritrovata in università con una professoressa che mi diceva: vi ritroverete ad amare il marrone. Oggi, di recente, il marrone “è tornato” … ma i professionisti ci stavano già lavorando su da allora.

Quanto tempo passa dal momento in cui si inizia a cercare di introdurre un colore al momento in cui quel colore si afferma?

Dipende da che colore è e dipende da dove lo vuoi fare arrivare. Per esempio, come ti dicevo il mercato dell’automotive è il punto di arrivo finale. Quando si crea un prodotto, ci si regola di conseguenza. I designer quindi, se vogliono un oggetto poco durevole, vanno a vedere gli occhiali (che escono ogni sei mesi) e cercano di capire quali saranno le tonalità di grido in questo modo; se invece hai un progetto più a lungo termine, vai a vedere i mobili.

Ma chi è che “crea” le nuove tendenze?

I grandi brand, ovviamente. Quali, non posso dirtelo ma considera che in certi casi alcuni brand sono riusciti non solo a creare una tendenza nell’ambito del colore o del design ma anche a fagocitare l’oggetto stesso. Quando inizi a chiamare un prodotto con il nome del marchio, ecco che il marchio diventa iconico: prendi lo scotch, per esempio.

Abbiamo parlato di brand e di mercati, ma dimmi… il colore è così “meditato” anche in ambiti diversi, esterni rispetto al mercato?

Certo. Ti faccio un esempio che riguarda un contesto totalmente diverso, il mondo dell’urbanistica. Nelle strade in cui si vuole scoraggiare l’uso dell’eroina, vengono utilizzate luci dello stesso colore delle vene. Cioè tendenti al blu.

Perché?

E’ tutto un gioco di colori complementari. Per esempio, il complementare del blu è il giallo. Se tu metti una palla blu su uno sfondo giallo, trovi subito la palla.

Cioè, è più facile riconoscere un oggetto quando è vicino a un altro oggetto di colore complementare. Giusto?

Esatto. Torniamo alla nostra palla: se tu metti una palla blu su un prato blu, ecco che non trovi più la palla. Per lo stesso motivo, in certe vie, vengono utilizzate luci con tonalità tendenti al blu: in questo modo farai più fatica a distinguere le tue vene.

Mi togli un’ultima curiosità? Ti ho vista, prima, mentre annusavi un sottopentola. E ora ti vedo che tocchi tutto minuziosamente…

Certo, lo faccio apposta. Anche  il tattile ti dice qualcosa dell’idea che il colore dovrà produrre. Idem per la sensazione olfattiva. Ho annusato quel sottopentola per capire se sapeva di ferro o di plastica. Il colore non è una stanza chiusa, ma un campo aperto anche a tutte le altre percezioni sensoriali. Quando crei un colore, di fatto, devi essere in grado di riprodurre – insieme a quel colore – anche una determinata sensazione tattile o olfattiva. In modo sinestetico, quindi.

Fake news, debunking ecc… Giorgio Testanera ed io torniamo sulla breccia

Terzo anno, terza conferenza sulle fake news con Giorgio Testanera. Questa volta abbiamo portato il nostro format “Dialogo tra uno scettico e una giornalista” all’Associazione Alfonso Lissi di Como. Che dire… ormai siamo così rodati che abbiamo quasi deciso di battezzarci “Buffalo Gate”.

A tre anni di distanza dalla “prima” la nostra conferenza-spettacolo è cresciuta e ha finito per abbracciare temi sempre più ampi: non solo il tema delle fake news, dei limiti e delle possibilità del debunking ma anche argomenti come Post Verità, omofilia delle reti, tic cognitivi e filtri di internet.

Ecco la diretta facebook di sabato (sì, lo so: l’audio lascia molto a desiderare)

Cos’è il giornalismo costruttivo?

A luglio, all’ Università Iulm di Milano, ho tenuto un corso per l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia insieme a Silvio Malvolti, Alessia Marsigalia e Assunta Corbo. Insieme abbiamo raccontato cos’è il Giornalismo Costruttivo, distinguendolo dalle “buone notizie” tout court e parlando del successo di esperienze d’Oltralpe e d’oltre Oceano. Bello, tornare in università ma dall’altra parte della barricata… speriamo di aver innescato qualche domanda, qualche dubbio e soprattutto il seme del cambiamento in qualcuno.

Sui giovani sono ottimista: hanno un’altra forma mentis. Per quanto riguarda i colleghi più anziani, sicuramente c’è molto più disincanto e a volte è difficile far passare il messaggio ma la curiosità c’è e i vecchi schemi iniziano a franare.

Ecco un breve estratto del mio intervento.

La pizza gourmet? A volte parla anche di immigrazione e lavoro

Non so altrove, ma a Milano – ultimamente – è tutto un pullulare di pizzerie gourmet. Lo dico senza ironia perché a me, la pizza gourmet piace. “Marghe”, “Capperi che pizza”, “Pizza biscottata”, Gino Sorbillo: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il fenomeno è interessante, ma lo diventa ancora di più se lo si prende come possibile chiave di lettura  dei cambiamenti che stanno investendo la nostra società. A partire dall’impatto dell’immigrazione sul mondo del lavoro.

Partiamo da un presupposto: tra immigrazione reale e immigrazione percepita c’è un gap consistente, come mostrano alcuni studi di Ipsos Mori usciti qualche anno fa anche sul Guardian. Detto ciò, è inutile negare l’ovvio: l’immigrazione esiste, è un fenomeno di massa che ha una portata globale e ha innescato cambiamenti strutturali all’interno della nostra società. Anche all’interno del mondo del lavoro. Che però questi cambiamenti siano per forza peggiorativi e si riassumano nella formula “gli immigrati ci rubano il lavoro”… bè, questa è una semplificazione che sconfina con il fakeUn po’ perché il mondo del lavoro è un universo complesso e ricco di sfumature, un po’ perché l’evoluzione di certi settori sembra suggerire esattamente il contrario.

E qui torniamo a bomba… o meglio: al mondo della pizza gourmet. E’ un mio cliente, che mi ci ha fatto fare mente locale: un professionista che lavora nell’ambito delle farine biologiche e degli impasti per pizza. L’ho conosciuto in occasione di un’intervista che verteva su altro, ma che di fatto mi ha permesso di mettere a fuoco alcuni aspetti su cui non avevo ancora fatto mente locale. Il mondo della pizza e l’affermazione della pizza gourmet rappresentano infatti un ambito in cui l’immigrazione ha innescato un cambiamento profondo e tutt’altro che negativo. 

Cos’è successo, è facile da riassumere. Sotto casa mia c’è una pizzeria “Da Mimmo” che continua a chiamarsi “Da Mimmo” ma ha cambiato i connotati: i proprietari sono egiziani. Quando mi sono trasferita qui, dieci anni fa, la loro pizza era una ciofeca: per andare giù andava giù… ma poi ti si riproponeva. A oltranza. Oggi la pizza di “Mimmo” è migliorata: intendiamoci, non che sia un capolavoro ma non ti si ripropone più. Ed è economica. In zona Pasteur, invece, mi è capitato di mangiare più volte pizze cinesi di specchiata onestà.

Riassumendo: quando  i primi pizzaioli egiziani e cinesi hanno iniziato a venire alla ribalta, i pizzaioli nostrani – probabilmente – non ci hanno fatto neanche caso. D’altra parte la pizza, quella “vera” (manco esistesse!) la facevano loro… specialisti in pizza napoletana ma nati a Casalpusterlengo e tirati su a polenta e latte. Una cosa, però, i pizzaioli finto-napoletani non l’avevano prevista. Anzi, due: da una parte, le capacità mimetiche dei nuovi arrivati (che hanno iniziato a imparare il mestiere e a darci dentro pesantemente), dall’altra l’arrivo della Crisi, che ha trasformato la concorrenza in un gioco al ribasso. La battaglia – manco a dirla – l’hanno vinta i nuovi arrivati, capacissimi di sfornare pizze simili a quelle dei vecchi e per di più molto economiche. In breve, i tanti Mimmo e Gennaro che affollavano le strade di Milano hanno finito con l’abbassare la saracinesca.

Fine della storia? No. Ed è qui che interviene il colpo di scena, perché a un certo punto ha iniziato a emergere una nuova generazione di pizzaioli made in Italy, un po’ hipster un po’ manageriali: attenti alle farine, al lievito madre, alla materia prima. La pizza si trasformava in esperienza, in ricerca, in filiera di piccoli produttori… e nasceva la pizza gourmet. Complice, anche in questo senso, il darwinismo sociale della Crisi che ha spinto chi non voleva giocare al ribasso a puntare su una qualità che giustificasse prezzi più alti. Partita vinta? E’ un po’ difficile dirlo, anche perché ora le pizzerie gourmet iniziano a essere tante e la concorrenza si è già trasformata in una lotta al coltello.

Personalmente, guardando al futuro, non saprei dire se qualcuno dei nuovi brand – perché di brand si tratta – si affermerà in modo continuativo, se si tratti di una gigantesca bolla di sapone o se prevarrà la logica delle startup… ma una cosa è certa. Il fenomeno trova la sua chiave di lettura nella prospettiva che, qualche anno fa, Michael Clemens (membro del Center for Global Development) aveva suggerito in un interessante articolo. Analogamente, Mette Foged e Giovanni Peri – in  “Immigrants’ Effect on Native Workers: New Analysis on Longitudinal Data.” – hanno mostrato come, di fronte all’impatto dei flussi migratori, i lavoratori danesi non altamente qualificati abbiano reagito specializzandosi in mansioni più complesse: lasciando, per esempio, il lavoro manuale ai nuovi arrivati. Una sorta di “scalata” lavorativa, insomma. Fondamentalmente la stessa che in certi ambiti si svilupperà per una causa molto diversa rispetto all’immigrazione: quella tendenza all’automazione dei processi produttivi che oggi si tende a chiamare Industria 4.0. 

Il fenomeno, come dicevo, è complesso e certo non si può far di tutta l’erba un fascio… il mondo del lavoro è una bacheca fatta di nicchie diverse e non è vero che tutti gli ambiti funzionino allo stesso modo. Per quanto riguarda il mondo della pizza, però, mi sembra che si giochi a carte scoperte… e il gioco mi sembra un “bel gioco”. Con buona pace di chi – davanti a una pizza gourmet – arriccia il naso con stizza e rimpiange la pizza di un Gennaro che, nella maggior parte dei casi, non si chiamava neanche così.

Martina Fragale

INTERVISTE AL TRANCIO, Debussy e l’Esoterismo secondo Alessandro Nardin

Alessandro Nardin è un musicologo di tutto rispetto. Su questo non ci piove. Poi lo ammetto: l’opinione di Quirino Principe in fatto di musica, per me, è oro colato e Quirino Principe – di Nardin – ha detto un gran bene. In particolare a proposito della sua ultima fatica, il libro “Debussy l’esoterista”, che ho letto qualche mese fa e che mi è piaciuto moltissimo.

Perché? Parlare di musica ed Esoterismo non è semplice. Il rischio è duplice (anzi, triplice): da una parte si rischia di scadere nello stile pop dei tipici “cacciatori di misteri” – o nella fiction alla Dan Brown – dall’altra è facile imbrigliare l’indagine nei limiti (ristretti) della ricerca storica di tipo accademico. Nello stile: X si è affiliato alla Massoneria nell’anno YYYY.

Ecco, il pregio del lavoro di Nardin sta proprio nel fatto che è riuscito a uscire da tutti i cliché. Il perché, lo racconto (anzi: lo faccio raccontare a lui) in una delle mie INTERVISTE AL TRANCIO.

INTERVISTE AL TRANCIO, Luisa Cattozzo racconta la Blue Economy

Due giorni fa ero a Rovigo per questioni “fantasmatiche” che probabilmente il futuro chiarirà. Niente sedute spiritiche… per carità. Trattasi di fantasmi artistici che hanno – o meglio: avranno – a che spartire con il Teatro Sociale. Non dico altro perché sono scaramantica.

Comunque sia, ho approfittato della trasferta per dare appuntamento a Luisa Cattozzo, ricercatrice all’Università di Venezia per il curriculum “Nuove tecnologie per  l’informazione, il territorio, la città e l’ambiente”. Ho conosciuto Luisa qualche mese fa, quando – dopo aver scovato una mia intervista in rete – mi ha chiesto di metterla in contatto con Robert Peroni, che voleva invitare a parlare di Inuit e Groenlandia al TEDx Rovigo.

Poco dopo ci siamo beccate a Milano dove, nel corso di una serata etilica, il racconto delle mie scorribande groenlandesi ha subito ceduto il passo a un tema che mi ha appassionato parecchio: la Blue Economy, che Luisa studia e conosce molto bene.

Ecco perché, appena arrivata a Rovigo, non ci ci ho pensato su due volte. Ho chiamato Luisa e le ho chiesto di vederci per un’ “Intervista al trancio”. Lei mi ha risposto col solito entusiasmo. E mi ha dato appuntamento all’ “Osteria i Trani”, dove – tra una pasta e fagioli e un piatto di patate sofegà – abbiamo parlato di zebre, fondi di caffè che generano funghi e alberi da frutta spuntati da…

 

La differenza tra un ghostwriter e un utero in affitto

Ho un’amica che mi chiama “ghost” e la cosa mi piace assai. “Ciao ghost!”, mi dice. E io sorrido. Sorrido un po’ meno, invece, quando qualcuno mi consiglia – con tono confidenziale – di non includere questa attività nel mio curriculum vitae. “E nel curriculum mortis? Posso?”, chiedo sempre di rimando. Dopotutto sono una ghost.

Al netto di queste esperienze, comunque, ho deciso di scrivere qualche articolo per spiegare al mondo cos’è un ghostwriter e perché non mi vergogno di campare di questo losco (?) mestiere. Ma partiamo dagli inizi e vediamo di capire in prima battuta cosa NON è un ghostwriter. Di seguito, ecco una selezione stringata ma esaustiva delle peggio-cose che mi sono sentita chiedere. Attenti, perché è materiale che scotta.

“Ma un ghostwriter è un autore che scrive solo racconti di fantasmi?” (e va beh, passi) “Ma un ghostwriter è un autore che scrive libri travestito da fantasma?” (sì: qualcuno me l’ha chiesto. Gente che, peraltro, apparentemente  non si droga) “Fai la ghostwriter? Ma dai, povera! Che avvilente. Non è un po’ come dare l’utero in affitto?” (O Cristo!)

Dunque, vediamo di fare un po’ di chiarezza. Il ghostwriter è uno scrittore che presta la sua professionalità a un committente rinunciando all’autorialità della propria opera in cambio di un compenso pattuito. Il che è grossomodo ciò che capita negli ambiti più disparati e che viene accettato senza che nessuno si sogni di batter ciglio. Perché? Perché queste sono in linea di massima le caratteristiche di un terzista comune e silvestre e proprio questo è, un ghostwriter: un terzista della scrittura. A volte – proprio come fa il terzista – il ghostwriter lavora su un prodotto fornito dal committente (che ha scritto il libro ma si rende conto che l’opera non sta in piedi). Trattasi di outsourcing nel vero senso del termine. Altre volte il committente chiede al suo nègre di fiducia (sì, in Francia ci chiamano così!) di scrivere il libro dall’inizio alla fine.

Nulla di mostruosamente amorale se pensate che questo capita – dalla notte dei tempi – in settori diversi. La vostra lavatrice, con ogni probabilità, non è stata fatta per intero dall’azienda che le ha messo il marchio, la vostra adorata borsa di Gucci non è (udite! udite!) fatta per intero da Gucci. Idem per quanto riguarda gli ambiti più disparati, anche in campo artistico. Per esempio, qualche mese fa ho conosciuto la ghostwriter di un bravissimo comico italiano… che peraltro non è un imbroglione per il fatto di avere una ghost (in realtà, di ghost ne ha tre) ma semplicemente un bravissimo attore che si fa scrivere i testi da chi di dovere.

Detto ciò, chi sono i committenti di un ghostwriter? Scrittori? A volte sì: in alcuni casi, in realtà, sedicenti scrittori, altre volte scrittori veri e propri che avendo troppe commissioni “danno in appalto” un po’ di lavoro al loro esercito di scrittori fantasma. Si dice che anche Stephen King abbia i suoi ghost… personalmente non so se sia una bufala o meno. Anche se fosse, però, la cosa non mi scandalizzerebbe. Pensate solo ai quadri che passano per opere di (puta caso) Michelangelo e invece sono state fatti dalla sua “bottega”. Ok, in questo caso si trattava di apprendisti, ma nella sostanza di molti di loro non sapremo mai i nomi. Perché? Perché erano dei “ghost”. Punto.

Nella maggior parte dei casi, comunque, il committente del ghostwriter non è uno scrittore ma un professionista che lavora in ambiti diversi dalla scrittura e ha bisogno di firmare personalmente il libro non per motivi di vanitas vanitatis ma per semplici ragioni di personal branding Dopo anni che ci siamo sentiti stramazzare le suddette da sollecitazioni continue, oggi l’unica forma di pubblicità potenzialmente efficace è quella che “non spinge, ma attrae”. Ecco perché per esempio un cuoco che commissiona un libro a un ghost ha bisogno di far figurare il proprio nome: il libro, in questo caso, è una via di mezzo tra il biglietto da visita, il curriculum vitae e una potente calamita. In parole povere, al nostro cuoco non importa una cippa di vincere il Pulitzer: il libro gli serve per essere “riconosciuto” in mezzo al mare magnum dei cuochi in circolazione. E poi comunque, datevi pace, in casi come questo (sempre per motivi di personal branding) il ghost di turno non ha nessun interesse a rivendicare la paternità dei suoi figlioli… e non perché non creda nella validità della propria opera, ma perché non gli interessa accreditarsi davanti al mondo come il cuoco che – peraltro – non è.

Comunque, tornando a noi e alle domande imbarazzanti su cos’è un ghost… sappiate che sono oltremodo tollerante. C’è solo una domanda che mi fa uscire dai gangheri e la domanda è: “Ah, fai la ghostwriter? Hai visto il film  di Polanski?” Ecco, in quel caso vi bestemmio dietro ( e anche davanti). Non perché non ami Polanski, ma perché quel film finisce così…

INTERVISTE AL TRANCIO, Roberto Bonzio parla di cultura hippie e New Economy

Roberto Bonzio, l’ho conosciuto anni fa ma non smette mai di sorprendermi. Giornalista dell’agenzia internazionale Reuters, nel 2011 lascia il posto fisso per coltivare un nuovo progetto, che lo porta a “raccogliere storie”in Silicon Valley. Proprio lì, a Palo Alto, molti Italiani hanno spostato le tende per mettere radici (ma soprattutto per crescere) in quella che è la culla mondiale dell’innovazione. Da questo viaggio nasce “Italiani di Frontiera” e Roberto inizia a traghettare anime oltreoceano, alla scoperta di storie di talento e di innovazione.

Dopodiché… bè, dopodiché il viaggio continua. Il mese scorso, a Vicenza, Roberto ha messo in scena uno spettacolo che parla delle connessioni tra la controcultura californiana e le origini della New Economy. A quanto mi racconta nel corso di una telefonata, se oggi la nostra vita e il nostro modo di guardare al mondo sono stati rivoluzionati dalle nuove tecnologie, “dobbiamo tutto agli hippie”.

L’idea mi ha incuriosita, quindi ho deciso di approfondire il discorso. E ho invitato Roberto a fare quattro chiacchiere da “Architorta Caffè Bistrot”: uno dei miei quartier generali quotidiani.