Tra realtà e percezione: quali sono le migliori pratiche per ridurre le emissioni di CO2

Perils of Perception ridurre emissioni CO2
Ridurre le emissioni di CO2: ci proviamo in tanti – sul piano individuale – ma non sempre nel modo giusto. C’è un divario, infatti, tra realtà e percezione: tra pratiche green di cui sovrastimiamo l’importanza e pratiche di cui sottostimiamo l’impatto ma che – messe sul piatto della bilancia – sono più incisive di altre.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, si dice. In questo senso, tra l’ambientalismo di facciata e l’attenzione all’ambiente vera e propria (personalmente odio gli “ismi”) c’è di mezzo la Conoscenza di ciò che serve di più e ciò che serve di meno. E anche la coscienza del fatto che le pratiche con una reale incidenza non possono prescindere dalla convergenza tra cittadini e politica.
Questa mattina, sugli schermi di Teletruria, ho parlato di “Perils of perception”: un’indagine che IPSOS conduce ogni anno per studiare, appunto, il divario tra realtà e percezione. L’ultimo sondaggio verteva proprio sul tema delle emissioni di CO2 e ha dato risultati molto interessanti.
A latere, visto che si tratta di punti nodali che emergono dall’indagine IPSOS, ho parlato anche della situazione demografica italiana, dell’eccessivo numero di auto pro-capite presenti nel nostro Paese e di cosa si potrebbe fare in merito. Un’analisi in cui il punto di partenza sono sempre gli strumenti di indagine forniti dal giornalismo costruttivo.

 

Le comunità energetiche sono una risposta alla crisi?

comunità energetiche come risposta al caro bollette

Le comunità energetiche non sono nate ieri: a ben vedere, esistono da un bel po’ma – e l’aspetto interessante è proprio questo – negli ultimi mesi hanno cambiato valenza. Abbiamo iniziato, cioè, a percepirle in modo diverso. Non più come un fenomeno di nicchia, non più come la virtuosa (ma circoscritta) iniziativa di isolati gruppuscoli di cittadini, ma che come una potenziale risposta alla crisi energetica e al caro bollette.

Le conseguenze della pandemia e l’impatto della guerra in Ucraina sul prezzo dell’energia hanno creato un’esigenza diffusa. Di “povertà energetica” si parlava di già ma oggi l’aspetto più preoccupante è l’allargamento a macchia d’olio dell’incidenza di situazioni di “vulnerabilità energetica”. E’all’interno di questo quadro che le comunità energetiche possono rappresentare una risposta efficace.

Ne parlo qui, durante la trasmissione di Gloria Peruzzi sugli schermi di Teletruria dove Silvio Malvolti ed io siamo ospiti per BuoneNotizie.it e per l’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

Giornalismo costruttivo e catastrofi naturali: come parlarne in modo utile?

alluvioni catastrofi e giornalismo: come parlarne

Davanti all’alluvione che ha colpito le Marche (e a tanti eventi simili che rientrano nel novero delle catastrofi naturali) viene da chiedersi: è possibile comunicare questo genere di eventi in modo diverso, cioè utile a chi ascolta? Cosa può fare il giornalismo per cambiare chiavi di lettura aiutando i territori a dotarsi delle giuste misure di contenimento in modo tempestivo e – d’altra parte – aiutando le persone, cioè i fruitori delle notizie, a reagire in modo lucido e tempestivo?

Quando parliamo di alluvioni, esondazioni ed eventi “estremi”, in realtà non parliamo di meri fatti di cronaca ma delle conseguenze tangibili dei cambiamenti climatici in atto: lo dimostra l’intensificazione della frequenza e dell’intensità di questo genere di eventi. Il legame con i cambiamenti climatici (anzi: con la “crisi climatica” come ha deciso giustamente di chiamarla The Guardian) deve essere sempre sottolineato. E’doveroso, però, farlo in modo utile. Per esempio, portando anche alla luce gli esempi dei Paesi che stanno mettendo in campo misure di adattamento efficaci (e in parte, scalabili). Paradossalmente, gli esempi fioriscono soprattutto in quelli che definiamo ancora in modo indifferenziato Paesi del Terzo Mondo.

Ne parlo in questo video, sugli schermi di Teletruria, con Gloria Peruzzi e con Andrea Gennai, Direttore del Parco delle Foreste Casentinesi. Chapeau per Gennai, che dice cose davvero interessanti.

Giornalismo costruttivo e salute: come parlare di Alzheimer e demenze in modo utile

alzheimer e demenze parlarne con il giornalismo costruttivo

Anche quest’anno, Silvio Malvolti ed io siamo ospiti di Gloria Peruzzi su Teletruria dove affrontiamo diverse tematiche di attualità con gli strumenti del giornalismo costruttivo.

In questo video, durante la Giornata Mondiale dell’Alzheimer, parlo proprio di Alzheimer e demenze: di quali passi avanti sono stati fatti nelle cure ma soprattutto di come – in qualità di giornalisti – dovremmo cambiare chiavi di lettura e modalità di approccio per affrontare in modo utile queste tematiche. Temi, peraltro, che con il progressivo invecchiamento della popolazione diventeranno sempre più urgenti.

C’è una narrazione della malattia che è tossica e che risponde ai dettami del click baiting più che all’esigenza di informare in modo utile i lettori. Cosa possiamo fare per dare una chiave di volta al panorama informativo attuale?

Giornalismo costruttivo, urban mining ed economia circolare dei rifiuti

economia circolare dei rifiuti e giornalismo costruttivo

Come ospite per BuoneNotizie.it alla Rassegna Stampa di Teletruria condotta da Gloria Peruzzi, oggi ho parlato di un tema che ultimamente mi sta interessando parecchio: urban mining ed economia circolare dei rifiuti.

Nell’ambito del riciclo dei rifiuti, infatti, sta iniziando a emergere in modo massiccio la tendenza virtuosa ad allargare il campo del riciclo nella direzione di una vera e propria economia circolare del rifiuto. Questo, in Paesi come l’Africa (ma non solo) sta iniziando a tradursi anche nell’incremento di nuove opportunità lavorative oltre che in uno strumento di riduzione delle emissioni da anidride carbonica.

Ne parlo qui, utilizzando gli strumenti di analisi del giornalismo costruttivo, la corrente che seguo e di cui sono docente per l’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo. 

Perché scattano i meccanismi di polarizzazione? Media e guerra

qual è la causa delle opinioni polarizzate

La guerra in Ucraina  sta esasperando quella tendenza alla polarizzazione che avevamo già visto in atto durante la pandemia. Per raccontare la guerra con gli strumenti del giornalismo costruttivo, è necessario – prima di tutto – fare un passo indietro e chiedersi perché scattano i meccanismi di polarizzazione. Cosa c’è dietro e come – in qualità di giornalisti – possiamo cercare di disinnescarli (o quantomeno di non amplificarli).

Su BuoneNotizie.it, abbiamo cercato di rispondere a questa domanda lasciando la parola “a chi ne sa” e intervistando uno psicologo, Alessandro Ciardi. Ciò che è emerso è che la tendenza alla polarizzazione risponde a meccanismi innati che fanno parte di noi ma che – allo stesso tempo – i media possono affrontare in modo diverso. Come? Il dottor Ciardi ci ha dato alcune utili indicazioni che in realtà fanno parte a tutti gli effetti del bagaglio di strumenti del giornalismo costruttivo.

Ne ho parlato alla Rassegna Stampa di Gloria Peruzzi sugli schermi di Teletruria, di cui sono ospite come direttore responsabile di BuoneNotizie.it insieme a Silvio Malvolti, editore e fondatore della testata.

Aree protette e riforestazione: parlarne con gli strumenti del giornalismo costruttivo

aree protette e riforestazione

Quest’anno due grandi parchi nazionali italiani compiono nientemeno che cent’anni. Quante sono le aree protette in Italia? Come si sono strutturate negli anni e qual è il loro trend di crescita? Fare il punto della situazione è importante: soprattutto oggi, nell’ambito della crisi climatica.

In quanto polmoni verdi, le aree protette rappresentano importanti risorse che è fondamentale saper gestire. Non basta incrementare la loro superficie: più alberi non significa automaticamente meno anidride carbonica se i piani di riforestazione non sono seguiti da piani di gestione.

Ecco allora che parlare di riforestazione e aree protette significa prendere atto anche di quelle che sono le strategie necessarie per gestire il nostro patrimonio forestale. Ne parlo insieme a Gloria Peruzzi durante la Rassegna Stampa di Teletruria, di cui sono ospite come direttore responsabile di BuoneNotizie.it e come docente dell’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.

Il nostro intervento al Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari

Martina Fragale al Festival del Giornalismo

Il 5 giugno, insieme a Silvio Malvolti (fondatore ed editore di BuoneNotizie.it e presidente dell’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo) sono intervenuta al Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari (Gorizia) dove abbiamo parlato di “Giornalismo costruttivo: c’è un modo diverso di raccontare le notizie?

Tanti, gli spettatori, tanti gli interventi, tantissimi gli applausi: ancora una volta abbiamo avuto l’impressione di aver fatto breccia e di aver puntato il dito su un’esigenza condivisa. Di un nuovo modo di fare giornalismo hanno bisogno in primis i fruitori diretti delle notizie, cioè il pubblico. Ma di un nuovo modo di fare giornalismo hanno bisogno anche i giornalisti: sia sul piano dei valori (per ritrovare i motivi che li hanno spinti a intraprendere questa professione) sia sul piano più strettamente professionale, per “differenziarsi” all’interno di un mercato del lavoro sempre più complesso.

Sono passati ormai otto anni da quando abbiamo intrapreso questo percorso, abbandonando il giornalismo positivo tout court e seguendo le orme del giornalismo costruttivo. Ai tempi (correva il 2014  e noi eravamo a Londra grazie a un bando europeo) studiavamo e sperimentavamo nel timore reverenziale dei grandi esempi nordeuropei, perché è in Nord Europa che è nata questa corrente.

Oggi sicuramente qualcosa è cambiato: continuiamo a studiare e a toglierci il cappello davanti alle esperienze dei nostri omologhi nordeuropei e americani, ma al tempo stesso abbiamo capito che l’Europa del Sud è un caso a sé. E che anche il giornalismo costruttivo va declinato sulla base delle diverse condizioni e delle diverse esigenze del territorio in cui si impianta. Negli anni, abbiamo costruito qualcosa di diverso e attraverso l’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, stiamo portando avanti un progetto formativo che funziona.

Per il futuro si vedrà, ma al momento siamo soddisfatti e l’accoglienza calorosa che ci ha riservato il Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari ci ha dato un’ulteriore testimonianza del fatto che stiamo percorrendo la strada giusta.

L’impatto della guerra in Ucraina sull’Europa in 3 esempi

le conseguenze della guerra in Ucraina

La scorsa settimana la notizia è passata un po’in sordina ma secondo me merita di essere portata alla ribalta: in un momento in cui Svezia e Finlandia stanno prospettando una possibile adesione alla NATO (con conseguenze potenzialmente catastrofiche per tutti) il primo ministro svedese, Magdalena Andersson ha dichiarato che per il momento la Svezia non chiederà di diventare membro dell’Alleanza Atlanticaper non rischiare di destabilizzare la sicurezza europea“. Un gesto di grandissima responsabilità politica a cui credo che dovremmo dire tutti grazie.

Il secondo grazie (con la dovuta ironia, viste le pesanti responsabilità sulla situazione attuale) lo darei alla NATO per aver rifiutato, almeno fino ad oggi, la folle e irresponsabile richiesta di Zelensky di creare una “no fly zone” sull’Ucraina che ci catapulterebbe tutti sullo scenario di una probabile terza guerra mondiale. Ai media e ai tanti lettori che si stanno facendo trascinare da questa spaventosa ondata emotiva, come giornalista vorrei far notare che in meno di tre settimane, in Europa diverse cose sono cambiate in modo preoccupante.

Ne cito solo tre:

da fine febbraio, per la prima volta nella sua storia, l’UE ha iniziato a esportare apertamente armi. Una cosa che prima non era mai successa perché i trattati vigenti impediscono a Bruxelles di utilizzare il budget comunitario per motivi bellici. Il divieto, non a caso, è stato bypassato attivando uno strumento esterno al budget, la European Peace Facility, che può mobilitare fino a 5 miliardi di euro per aiuti militari. Di questi 5 miliardi, 500 milioni sono stati immediatamente utilizzati per inviare armi sul fronte ucraino.

– un esempio per tutti, sempre nell’ambito del primo punto: a partire dal 26 febbraio la Germania ha dato una brusca sterzata alla propria storia. Il governo tedesco, che per 70 anni non ha mai apertamente esportato armi verso nazioni in stato di guerra, ha ora esplicitamente offerto sostegno militare al governo ucraino. Annunciando, peraltro, un incremento della spesa miliare dall’1,5% al 2% del Pil. A questo, come se non bastasse, si aggiunge lo stanziamento di 100 miliardi di euro per spese militari. Cito la Germania come esempio storicamente “clamoroso”, che lo è ancora di più in un contesto come quello attuale che è (lo ricordo nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato) uno scenario post-pandemico. Con tutte le urgenze economiche del caso, che richiedono spesa pubblica in investimenti molto diversi da quelli militari.

in meno di un mese, l’emergenza climatica è passata clamorosamente dietro le quinte e fra le proposte “extrema ratio” si ipotizza anche la riapertura (fino a un mese fa impensabile) di centrali a carbone, per arginare l’impennata del costo del gas e ridurre la dipendenza dalla Russia. E questo non solo nel Vecchio Continente: anche la Cina ha annunciato la riapertura di centrali e miniere di carbone con tutte le conseguenze del caso.

Cito questi aspetti ben sapendo che, volendo, la lista sarebbe molto più lunga. E’solo tenendo d’occhio come stiamo cambiando (e a che ritmo) che possiamo mettere a fuoco dove rischiamo di finire e chiederci: lo vogliamo davvero? Se proprio vogliamo fare questo salto nel buio, facciamolo a occhi aperti. E con la coscienza che certi cambiamenti non saranno reversibili. Per nessuno.

Guerra in Ucraina e media: perché ci serve un’informazione più bilanciata?

come i media parlano della guerra in Ucraina

C’è una poesia di Goethe – che è una bellissima fiaba iniziatica – di cui tutti conosciamo la versione Disney con Topolino: L’apprendista stregone”. Il succo della storia è che quando si maneggiano strumenti potenti senza averne la necessaria Conoscenza, si combinano guai. Grossi. E questa, oggi, può essere un’ottima chiave di lettura di come i media stanno affrontando la guerra in Ucraina.

Di polarizzazione si è iniziato a parlare in modo massiccio nel 2016 con il combo Brexit + Trump, ma in questi giorni la cosa assume contorni sempre più pericolosi. I media stanno giocando all’apprendista stregone. Ci stanno giocando le masse, sia online che offline senza la minima Conoscenza delle possibili conseguenze.

Cosa non serve in questo momento? Raccontare la guerra in Ucraina esasperando la visione negativa del “nemico”. Non serve bloccare Sputnik ed RT ma poi sbandierare un cartone animato di propaganda per bambini puntando il dito contro Mosca. Non serve annullare un corso su Dostoevskij. Non serve nemmeno spegnere tutti quanti le luci per dimostrare a Putin che “preferiamo stare senza gas e senza luce piuttosto che comprare il petrolio da lui” (ma davvero pensate che Putin farà fare marcia indietro ai suoi carri armati per questo? Peraltro, sull’ingenuità di questa affermazione, su cui poi vorrei vedere ognuno davanti alla prova dei fatti, mi taccio). Non serve soffiare sul fuoco, anche se lo si fa a fin di bene.

La verità è che di ciò che sta accadendo davvero dall’altra parte – in Russia – non sappiamo nulla. Amplifichiamo la percezione delle manifestazioni in corso immaginandoci rivoluzioni ma senza sapere quale sia la loro reale entità. Non abbiamo nemmeno, peraltro, idea di quale sia l’impatto reale di questa stretta sulla popolazione russa in termini di psicologia delle masse. Paradossalmente, potrebbe anche incrementarne la coesione: e non contro Putin, ma a favore. E’l’effetto fortezza: mi sento attaccato? Mi ricompatto intorno a un centro.

Con il pericolo reale e tangibile che stiamo correndo, non serve fare ciò che ci fa sentire meglio (più buoni, più giusti, più sensibili): serve capire cosa vogliamo e fare ciò che è concretamente utile per ottenerlo. La domanda reale è una sola: vogliamo creare le condizioni perché la guerra in Ucraina si trasformi in  una guerra diffusa (e per diffusa intendo potenzialmente mondiale)? Se non lo vogliamo, chiediamo un’informazione più bilanciata. E’questo che ci serve. Chiediamo storie che vengano anche dall’altra parte della barricata. Chiediamo strumenti che ci aiutino a percepire quello che sta succedendo in termini diversi da quelli della contrapposizione binaria: non per cambiare opinione, ma per accettare il fatto che il panorama è molto, troppo complesso.

Ci serve capire che siamo solo apprendisti stregoni e che entrare nella stanza dei bottoni pigiandoli a caso può portarci esattamente dove non vogliamo andare.