Didattica a distanza tra problemi e soluzioni. Cos’è e come potrebbe cambiare la scuola italiana

didattica a distanza e coronavirus
Pierpaolo Amodeo insegna in una scuola media di Gaggio Montano, un piccolo comune appenninico del Bolognese. Dall’inizio del lockdown, così come i suoi colleghi di tutta Italia, Pierpaolo si confronta con una modalità di insegnamento nuova che sta ponendo sul piatto della bilancia cambiamenti, problemi ma anche esigenze e opportunità di trasformazione. Dal confronto con la tecnologia alle difficoltà strutturali delle zone con scarsa copertura di rete e delle famiglie che non hanno gli strumenti adeguati. Dal problema di trovare nuovi modi per stabilire una connessione emotiva con gli studenti all’esigenza di ripensare il sistema dei voti in termini diversi.

 

Con il passaggio (obbligato) all’online, la didattica è cambiata strutturalmente. Partiamo dai supporti: quali strumenti usi per fare lezione ai tuoi studenti?

Per le videolezioni, utilizzo la piattaforma Cisco Webex che è una delle tante che sono state messe a disposizione gratuitamente dalle aziende in questo momento. La parte centrale della didattica a distanza, però, si sviluppa sulla suite di Google, a cui avevamo accesso già prima dell’emergenza, e in particolare su Classroom, Meet ed Hangouts Di fatto c’è un’ampia scelta di piattaforme che ci permettono di fare videoconferenze e non solo di preparare, banalmente, materiale didattico.

 

Che atteggiamento ha avuto rispetto a queste opportunità, la maggior parte del corpo insegnante?

All’inizio ci sono state un po’ di difficoltà perché non eravamo prontissimi. Nei primi giorni si sono affermate due grandi linee di pensiero: la prima, quella di chi preparava materiali per i ragazzi, da studiare e affrontare da soli; c’è stato poi, invece, chi ha organizzato lezioni in diretta attraverso servizi di streaming on-line. Oggi, a quasi due mesi dall’inizio dell’emergenza, tutti noi siamo attrezzati non solo per fare lezioni online secondo un orario ormai definitivo, ma anche per costruire momenti di valutazione che si sviluppano su compiti a casa, interrogazioni e anche verifiche in diretta. Il problema più serio riguarda quelle materie che si basano su supporti diversi dai libri, come musica, arte ed educazione fisica. In questi casi, i colleghi hanno trovato modi diversi e complementari per affrontare i loro programmi didattici.

 

Da parte degli studenti, invece? Partecipano alle lezioni e li senti attivi o no?

Sì assolutamente, sono molto più bravi di molti insegnanti: molti di noi hanno la difficoltà di avere una generazione di troppo, cosa che non aiuta. Gli studenti invece sono più o meno tutti nativi digitali. I problemi che emergono dipendono principalmente dal fatto che spesso sono dei bravi utilizzatori ma non dei bravi conoscitori. C’è stato però un fattore importante di dispersione dovuto alla carenza di mezzi tecnologici, di connessioni ma anche di propensione dei singoli alunni. Ad oggi, se i primi due aspetti sono stati risolti attraverso un intervento diretto della scuola che ha fornito i supporti (computer in comodato d’uso e reti), il secondo è il vero enorme scoglio che mina nel profondo l’universalità della didattica a distanza. Io, personalmente, mi posso ritenere fortunato: la maggior parte dei miei studenti partecipa con assiduità anche se con il tempo è emerso un problema che non esiste nella scuola fisica: l’assenza in presenza.

 

In che senso?

In molte occasioni, almeno un paio di ragazzi per classe erano presenti solo virtualmente: quando venivano chiamati non rispondevano e mi hanno fatto capire che non stavano affatto seguendo la lezione. Devo segnalare, però, anche una forte componente di ragazzi che con la didattica a distanza si è dimostrata incredibilmente proattiva e prolifica: presente sempre a lezione, pronta a intervenire, consapevole del percorso e intenzionata a fare altro e di più. E non sempre questi ragazzi sono gli stessi che a scuola erano tra i più bravi: ora li sto vedendo tutti con occhi diversi perché sono altro, io, e sono altri, loro, in questa emergenza. In alcune zone d’Italia e in alcuni istituti, invece, so che la presenza online è seriamente minata dalle condizioni di fortissimo disagio socio-economico: questo implica un’enorme dispersione scolastica di ragazzi che non riescono a essere intercettati.

 

Hai avuto qualche feedback da colleghi che insegnano in zone in cui la connessione è limitata (o in cui i ragazzi hanno difficoltà ad avere dispositivi adeguati)?

No, non ho diretti contatti con altre scuole del territorio che sperimentano questi problemi. So di scuole che si sono attivate con molto ritardo per portare avanti la didattica a distanza e so di una scuola superiore in provincia di Bologna, un professionale, che sta sperimentando un grosso problema di dispersione scolastica da parte dei suoi alunni. Ma le informazioni che ho sono parziali e non posso dire altro.

 

Da insegnante, che limiti vedi nella didattica a distanza rispetto a quella dal vivo?

In realtà la scuola è fisicità, nel senso che c’è davvero bisogno dell’ “essere presenti”. Il corpo, e tutto ciò che non passa attraverso il linguaggio, sono essenziali. Dal contatto con gli studenti, al semplice sguardo, passando per la condivisione del medesimo spazio: non siamo più in grado di sapere se i nostri studenti ci stanno seguendo e se la nostra lezione sta funzionando. Non sappiamo più valutare la distanza fisica di cui gli studenti hanno bisogno e non possiamo mettere in atto le pratiche di prossimità che molti di loro richiedono. Riscontriamo quindi lo stesso limite che c’è in ogni relazione quando viene interrotta la possibilità di praticarla fisicamente.

Coronavirus: diario di bordo di un medico generico. Cosa è cambiato e cosa dovrà cambiare

un medico generico racconta il coronavirus

Intervista a Ludovica Tagliabue, medico generico a Milano (zona Lorenteggio). Cosa è cambiato – a livello operativo – con la pandemia? Come è stata gestita la situazione dall’alto? Cosa è mancato ai medici generici che da un giorno all’altro sono stati catapultati in prima linea? 

Ludovica, come è cambiata la situazione dal punto di vista di un medico generico negli ultimi due mesi?

Innanzitutto è cambiata per quanto riguarda la disciplina. Sono molto più severa sul fatto che le persone si debbano presentare da me solo dopo aver preso appuntamento e non “a caso” (perché spesso, normalmente, arriva qualcuno senza aver chiamato). In questo periodo, rispetto al solito, ci sono molte più persone che arrivano da me con la febbre. Alcune vengono a farsi visitare temendo di avere il coronavirus, altre invece dicono semplicemente che hanno la febbre: in questi casi, io devo capire di volta in volta come comportarmi. Sono in tanti ad arrivare qui con l’ansia di ammalarsi: sta a me,  accoglierli e aiutarli a far fronte alla situazione.

Quindi generalmente, rispetto a quello che succede di solito nel mese di marzo, ci sono molte più persone con la febbre (anche senza sintomi da coronavirus)?

Sì. A me sembra proprio di sì: molte più del solito. Ho fatto una statistica un po’ spannometrica, ma ne sono sicura: in genere il grosso dell’influenza normale finisce a febbraio.

Tra questi pazienti, ti è capitato qualcuno che effettivamente avesse sintomi da coronavirus?

Sì, sono capitate alcune persone, con delle brutte polmoniti. Questi pazienti,  poi sono stati mandati in ospedale ed effettivamente sono risultati affetti da coronavirus.

Qual è la prassi in questi casi. Quando riscontri dei sintomi che sospetti siano da coronavirus, tu – come medico generico – cosa devi fare?

Fino a tre settimane fa bisognava valutare e chiedere se c’erano stati contatti con gente che veniva dalla Cina o con persone infette. Adesso la prassi è cambiata: bisogna capire la gravità del quadro clinico, ovvero se il paziente soffre o meno di insufficienza respiratoria. Se non ci sono problemi respiratori, dico al paziente che deve stare a casa e lo monitoro soprattutto per telefono. Di fatto, però, lo considero infettivo anche se non ha ancora fatto il tampone (che si fa solo in ospedale ai pazienti gravi). Mentre con l’influenza normale dicevamo al paziente: “Stai a casa 5 giorni”, oggi gli imponiamo di rimanere a casa almeno 15 giorni.

Quando invece i sintomi sono gravi, dove mandi i pazienti?

In quel caso c’è un numero telefonico di riferimento e a quel punto dovrebbe attivarsi il servizio di emergenza.

La chiamata passa da te o la fa il paziente?

Mah… alla fine la facciamo tutti e due. In tutto, comunque, mi è capitata una decina di casi per ora.

Ti si presentano tendenzialmente più giovani o anziani in questo momento?

Più giovani, forse. Gli anziani che hanno la febbre stanno a casa (e li visito a domicilio) ma non sono tantissimi. Sono più i giovani che vengono in studio.

Tu che hai a che fare con tanti pazienti, hai mezzi adeguati per coprirti, per proteggerti?

Ecco, questa è proprio una nota dolente! Nel senso che Ats (la ex ASL) non ci ha dato assolutamente niente, all’inizio ci ha consegnato giusto 10 mascherine (chirurgiche, quelle che servono per non contagiare gli altri, non a non essere contagiati), un pacco di guanti e un barattolino di disinfettante in tutto e soprattutto non ha fatto nessuna formazione sull’utilizzo dei presidi. Mascherine a parte, infatti, dovremmo usare anche i camici “usa e getta”, dovremmo avere una mentalizzazione dello spazio che distingua la parte pulita dalla parte sporca, dovremmo toglierci i guanti quando dobbiamo scrivere ecc… dovremmo anche pensare come e dove cambiarci se andiamo a domicilio (sul pianerottolo? In anticamera? E dove buttiamo il materiale quando ci svestiamo?)  Ecco, tutta questa formazione, ce la siamo improvvisata tra di noi (tra colleghi), aiutandoci a vicenda, ma non ci è stata assolutamente fatta da Ats. In pratica ci è toccato andare a caccia di mascherine per conto nostro. C’è molta polemica su tutto questo.

10 mascherine e qualche presidio in in fase iniziale, quindi. E successivamente?

Il 21 marzo ATS ci ha dato altre 20 mascherine chirurgiche e un altro pacco di guanti. Il 23, il Comune di Milano ha donato ai medici 5 mascherine FFP2 (più protettive) e un altro barattolo di disinfettante lavamani.

Tu, personalmente, come hai fatto a procurarti ciò che ti serviva?

Un’amica che lavora in ospedale mi ha procurato una scatola di mascherine (introvabili, in questo momento) dicendomi “In fondo, sto solo trasferendo questo materiale da un settore del SSN all’altro, non è un furto.” Qualche giorno fa invece, nella cantina di un palazzone di un quartiere popolare in cui si vende materiale medico, la venditrice mi ha proposto un pacco di camici usa e getta un po’troppo sottili che aveva sottomano e poi ha tirato fuori (per regalarmeli) tre camici “di quelli buoni”, belli spessi e impermeabili ma scaduti per la sterilità (cosa che a me non interessa affatto perché non devo andare in sala operatoria) dicendomi “Li apra subito, se no i NAS potrebbero farci molte storie”. E alla collega in fila prima di me, che aveva detto “Li tenga via per i miei amici”, la commessa ha risposto “Dobbiamo fare un po’ per uno.”

Al di là della scarsità dei dispositivi di protezione, parlavi anche di carenza di formazione da parte di ATS. Nello specifico, su quali punti sarebbe stato utile – da subito – avere direttive comuni?

Il punto fondamentale, senza dubbio, è ciò di cui ti parlavo: scarsità di dispositivi di protezione (molti dei quali, peraltro, non sono assolutamente adatti) e assenza totale di formazione sul loro utilizzo. Altra nota dolente: numero telefonico ATS destinato agli operatori sulle problematiche relative al Coronavirus a cui non risponde mai nessuno e mail altrettanto muta; assenza di formazione seria sulla gestione dei contatti (quanti giorni di quarantena? A partire da quale momento vanno contati? Come dobbiamo gestire i contatti paucisintomatici?). Le ADI (ndr: Assistenza Domiciliare Integrata) COVID (e ora le USCA = Unità Speciali di Continuità Assistenziale) citate nella delibera sono nominate ripetutamente in comunicazioni/delibere successive da un mese: sono state attivate? C’è poi una situazione delicatissima che ci troviamo a fronteggiare senza sapere cosa fare: io ho da gestire pazienti con sintomi suggestivi di COVID che non sapremo mai se sono CORONAVIRUS+ o meno (perché, a meno che non si aggravino e vadano in ospedale, a nessuno di loro verrà fatto il tampone). Come si può intuire, questi pazienti, quando e se stanno bene, sottovalutano il rischio di contagio per la comunità o magari hanno problemi lavorativi e devono lavorare (ho l’esempio di una OSS di una cooperativa che si occupa di una struttura privata convenzionata, che se va a lavorare rischia di contagiare tutti i pazienti di quell’ospedale). Su questi stessi pazienti io non ho alcuna linea guida clinica adattata alla realtà milanese (come dovrebbe essere una linea guida, che considera le risorse disponibili nella realtà locale) per la gestione domiciliare. Ecco, questi sono alcuni dei punti su cui sarebbe necessario fare chiarezza.

C’è qualche aspetto positivo che è emerso durante la difficile gestione di questa situazione? Magari anche proprio dalle difficoltà gestionali che vi trovate ad affrontare?

In parte, sì. Proprio in risposta alla mancanza di linee guida stabilite dall’alto, tra medici generici tendiamo a supportarci e a cooperare molto: abbiamo stabilito alcune procedure per gestire nella quotidianità i pazienti che abbiamo in carico. Ovvio, però, che non si può pensare che queste forme di coordinamento, sorte spontaneamente dal basso, sopperiscano all’assenza di una normativa comune.

Quando l’epidemia sarà alle nostre spalle, quindi, cosa sarà necessario cambiare (secondo te) perché – nell’eventualità di una situazione simile – non vengano ripetuti gli stessi errori?

I manuali di medicina preventiva e sanità pubblica dicono che le malattie infettive si combattono scoprendo e inattivando le sorgenti di microrganismi, interrompendo le catene di trasmissione, ovvero modificando i fattori ambientali e i comportamenti che favoriscono la persistenza e la diffusione dei microrganismi e aumentando la resistenza alle infezioni. Tutto ciò presuppone un lavoro multidisciplinare sul territorio, di educazione sanitaria e di bonifica territoriale che deve essere effettuato sempre, non solo nel mezzo di una epidemia. Dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale, i servizi territoriali di sanità pubblica (soprattutto in Lombardia) sono stati tagliati: una grave perdita per i pazienti ma anche per la medicina di base, che non ha strutture “al suo livello” con sui interfacciarsi. Questi servizi devono essere presenti e attivi sempre, ci sia o no un’epidemia. Inoltre è molto importante valutare seriamente le evidenze scientifiche (che possono derivare dalle sperimentazioni, ma anche dalle esperienze portate avanti in altri contesti) prima di prendere qualsiasi tipo di decisione sanitaria. E questo in Italia spesso non viene fatto.

Credi che nasceranno nuove forme di coordinamento e che saranno i medici stessi a portare avanti queste richieste?

Spero che si torni indietro rispetto a una organizzazione del servizio sanitario nazionale ospedalocentrica, perché secondo me la salute si fa soprattutto con la prevenzione, e quindi sul territorio. Probabilmente sì, una visione del genere deve essere portata avanti dai medici. Non dai decisori politici.

Giornalismo Costruttivo: cos’è, come funziona e perché è necessario

giornalismo costruttivo: il primo libro italiano sul tema

Che cos’è il giornalismo costruttivo? Me lo sento chiedere spesso. Nella maggior parte dei casi capita che l’interlocutore tracci automaticamente un link mentale con il giornalismo positivo, cioè con le cosiddette “buone notizie”. Anche perché obiettivamente, nel panorama italiano, il concetto di “buone notizie” è molto più sdoganato di quanto sia il concetto di giornalismo costruttivo.

E’proprio per tracciare un quadro generale e iniziare a rispondere ad alcune domande, che con Alessia Marsigalia e Silvio Malvolti ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo pensato di scrivere il primo libro sul giornalismo costruttivo pubblicato in Italia: “Giornalismo costruttivo: cos’è, come funziona e perché è necessario”.

Il libro tira le fila di anni di viaggi e di studio che hanno portato ognuno di noi a confrontarsi con quei contesti in cui il giornalismo costruttivo è nato ed è riuscito (anche egregiamente) a mettere radici. Dal Transformational Media Initiative, il progetto transnazionale che nel 2014 ci ha portati a Londra per due mesi, al Transformational Media Summit di Parigi – l’anno successivo – alla Global Constructive Journalism Conference, che abbiamo seguito in Danimarca, in Olanda e in Svizzera.

E l’Italia? In Italia abbiamo tenuto diversi incontri  e conferenze sul tema. L’anno scorso, per esempio, all’Università IULM di Milano abbiamo tenuto un  corso per l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Ma certo, c’è ancora molto da fare. L’idea del libro nasce proprio dall’esigenza – e dalla volontà – di dare una risposta a questa domanda. Crediamo che questo libro (rivolto soprattutto, ma non solo, a chi lavora nel mondo dell’informazione e della comunicazione) possa iniziare a fornire nuovi strumenti di lavoro e nuove prospettive di orientamento a chi – come noi – crede nelle potenzialità di rinnovamento del giornalismo.

 

Femminicidi e Giornalismo Costruttivo: qualche chiave di lettura in più

il femminicidio visto attraverso il giornalismo costruttivo

Il femminicidio è un tema di cui è difficile parlare da un punto di vista diverso rispetto a quello della pura denuncia. La paura di minimizzare (o di essere accusati di farlo) fa novanta. Eppure considerare il problema anche da angolature diverse, mettendo in luce aspetti meno trattati, non significa sdrammatizzarlo ma – al contrario – vuol dire fornire strumenti utili per comprenderlo meglio e affrontarlo in modo efficace.

Credo che le chiavi di lettura più utili siano quelle che riguardano i numeri, la prospettiva in cui vengono letti, le risposte concrete che sono state messe in campo e la loro possibile replicabilità in contesti differenti.

 

I numeri del femminicidio in Italia e in Europa

femminicidi in Europa

Come si posiziona l’Italia, quanto a femminicidi, rispetto agli altri paesi europei? La percezione che emerge dalla frequenza delle notizie in merito e dalla prospettiva in cui sono presentate dai media tradizionali, sottolinea una quantità di omicidi volontari di donne che spesso e volentieri – nel percepito del pubblico – viene interpretata come un “crescendo”.

E’interessante, quindi, contestualizzare i dati italiani confrontandoli con quelli delle altre nazioni europee. Da un’analisi Istat del 2016, risulta che in realtà l’Italia si colloca fra i paesi con minor incidenza di omicidi volontari di donne. Il nostro paese è infatti preceduto solo dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Polonia, dai Paesi Bassi e dalla Slovenia. Il primato macabro, va piuttosto alle Repubbliche Baltiche e all’Ungheria, con Francia e Germania che seguono a breve distanza. La situazione, peraltro, è molto simile se si allarga lo spettro di analisi agli omicidi sia maschili che femminili: anche in questo caso, l’Italia risulta sestultima all’interno del contesto europeo.

diminuzione degli omicidi e dei femminicidi

E ora spostiamo il focus all’interno del nostro Paese mettendo a confronto i dati degli omicidi volontari per sesso in un arco temporale che va dal 1992 al 2015. Quella che emerge dai dati Istat è una generale riduzione che però procede a un ritmo decisamente diverso.  Se gli omicidi di uomini calano in modo radicale (da 4,0 per 100.000 maschi nel 1992 a 0,9 nel 2015) , gli omicidi in cui la vittima è una donna vanno incontro a una riduzione molto meno evidente, pur partendo da una consistenza numerica decisamente inferiore (da 0,6 a 0,4 per 100.000 femmine).

 

Come vengono letti i dati? Il problema del percepito

Tirando le fila dei dati Istat, il risultato è che negli ultimi 25 anni, in Italia, il numero degli omicidi si è assottigliato per entrambi i sessi seguendo però trend differenti, con una riduzione minore per quanto riguarda i femminicidi. All’interno del contesto europeo invece, il nostro Paese occupa una delle ultime posizione in tema di quantità di omicidi al femminile.

Il panorama che i dati mettono in luce è molto diverso rispetto a quello che emerge dai media e dalla percezione comune. Perché? La risposta non è certo univoca . Come ha dimostrato la colossale operazione portata avanti da Ipsos Mori con “Perils of Perception”, sono molte le tematiche su cui il divario tra reale e percepito tende a ingigantirsi (non solo in Italia).

Sul tema dei femminicidi influisce probabilmente la prospettiva (tendenzialmente catastrofista) attraverso cui molti media filtrano le notizie, ma non solo.

Un anno fa, è uscito su La Stampa un articolo che evidenziava come le denunce al 1522, il numero promosso dal dipartimento Pari Opportunità, fossero aumentate del 50 per cento. Un dato apparentemente allarmante che però la stessa  Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, Presidente del Telefono Rosa, invitava a leggere in modo diverso: “C’è di sicuro un significativo aumento delle donne che chiedono aiuto e decidono di mettersi nella condizione di ricevere assistenza. È un segnale decisamente positivo nella nostra battaglia contro il fenomeno sommerso della violenza e che dimostra una sempre maggiore consapevolezza delle donne che escono allo scoperto e trovano il coraggio di denunciare le violenze subite, che molto spesso avvengono all’interno delle mura domestiche.” L’aumento delle richieste d’aiuto, quindi, non indicherebbe un incremento delle violenze, ma un aumento delle donne disposte a reagire e a chiedere supporto.

Sull’Huffington Post, invece, Paola Tavella ha pubblicato un articolo dal titolo esaustivo (“Chi gonfia i dati sul femminicidio alimenta la violenza”) in cui ha puntato il dito contro un’ altra trappola mentale che rischia di aumentare il divario tra reale e percepito: ““Non tutti gli omicidi di donne sono femminicidi (…)Siccome siamo di fronte a una tragedia che accade ogni giorno, non vorrei trovare nel conteggio corrente dei femminicidi del 2016 il nome di Kamajit Kaur, un’indiana di 63 anni uccisa a San Felice sul Panaro da un vicino
di casa che odiava gli stranieri e voleva cacciare lei e la sua famiglia. Kamajit Kaur purtroppo sarebbe stata uccisa per razzismo pure se fosse stata un uomo…”

 

Soluzioni work in progress

Quando si parla di soluzioni a un problema articolato come quello della violenza sulle donne, le risposte possibili devono necessariamente coinvolgere entrambe le parti in causa: sia l’uomo che la donna.

All’interno del contesto italiano, sono diverse le realtà che cercano di mettere in campo possibili risposte, a partire dall’esigenza di fornire strumenti, percorsi e opportunità di cambiamento agli uomini che manifestano una tendenza alla violenza. I Centri di Ascolto per Uomini Maltrattanti sono presenti su tutta la penisola e operano sia secondo modalità rieducative (basate sul confronto e sulla rottura dell’isolamento) sia in termini di raccolta dati che aiutino a mettere a fuoco un identikit comune.

Come ha osservato Alessandra Pauncz, del Cam di Firenze: “Quando lavoriamo con uomini che sono violenti non troviamo dei mostri assetati di sangue, ma semplicemente uomini che hanno appreso un linguaggio in cui per un uomo è legittimo e giusto prevaricare sugli altri ed in particolare su donne e bambini. C’è un sottile linguaggio del privilegio maschile, che fa sì che gli uomini pensino di essere legittimati ad essere violenti, senza mai percepire le proprie azioni come violente. Credo che il primo passo per cambiare la cultura della violenza sia riconoscerla e nominarla.

Sull’esigenza di promuovere percorsi educativi (oltre che ri-educativi) e riflessioni sul maschile, si sono inoltre mosse diverse associazioni di uomini tra cui “Maschile Plurale” che oltre alla collaborazione con i centri anti violenza, promuovono anche corsi nelle scuole.

Si tratta ovviamente di soluzioni work in progress che mostrano il fianco anche ad alcuni punti deboli, già di per se stessi impliciti nell’adesione volontaria ai programmi di recupero. Per chi intraprende il percorso, inoltre, la difficoltà maggiore è il superamento delle prime fasi della terapia: il 40% degli assistiti, getta la spugna prima di aver raggiunto dei risultati. I margini di migliorabilità sono quindi piuttosto ampi ma l’incremento delle proposte e la maturità di strutture come il il Cam di Firenze (attivo dal 2009) mostrano un contesto tutt’altro che immobile.

 

“No means no worldwide”

Di tipo diverso e con obiettivi differenti, è il programma “No means no worldwide“, che va però a toccare alcuni punti che hanno a che vedere molto da vicino con il tema del femminicidio. Se l’obiettivo del programma, nato in Kenia nel 2009, è quello di ridurre sensibilmente gli stupri, il metodo messo a punto è un complesso articolato di strumenti pratici e teorici, rivolti ai giovani (donne e uomini), che vanno a disinnescare miti e strutture alla base della violenza sulle donne. Sia che si parli di stupro sia che si parli di femminicidio.

Nato nei bassifondi di Nairobi per opera di Lee Paiva, il programma ha preso forma negli anni ed è stato portato anche in Uganda e negli Stati Uniti. In Kenia, le applicazioni del programma hanno ridotto i tassi di stupro del 50% e l’abbandono scolastico legato a gravidanze indesiderate è calato del 46%.

C’è poi un altro dato che merita di essere sottolineato: il 74% dei ragazzi che hanno partecipato al corso e che in seguito hanno assistito a un tentativo di violenza, sono riusciti a intervenire e a fermarlo. La violenza sulle donne, non è un problema “solo” delle donne e le soluzioni possibili non possono prescindere dal coinvolgimento di entrambi i sessi.

 

 

Fake news, debunking ecc… Giorgio Testanera ed io torniamo sulla breccia

Terzo anno, terza conferenza sulle fake news con Giorgio Testanera. Questa volta abbiamo portato il nostro format “Dialogo tra uno scettico e una giornalista” all’Associazione Alfonso Lissi di Como. Che dire… ormai siamo così rodati che abbiamo quasi deciso di battezzarci “Buffalo Gate”.

A tre anni di distanza dalla “prima” la nostra conferenza-spettacolo è cresciuta e ha finito per abbracciare temi sempre più ampi: non solo il tema delle fake news, dei limiti e delle possibilità del debunking ma anche argomenti come Post Verità, omofilia delle reti, tic cognitivi e filtri di internet.

Ecco la diretta facebook di sabato (sì, lo so: l’audio lascia molto a desiderare)

Cos’è il giornalismo costruttivo?

A luglio, all’ Università Iulm di Milano, ho tenuto un corso per l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia insieme a Silvio Malvolti, Alessia Marsigalia e Assunta Corbo. Insieme abbiamo raccontato cos’è il Giornalismo Costruttivo, distinguendolo dalle “buone notizie” tout court e parlando del successo di esperienze d’Oltralpe e d’oltre Oceano. Bello, tornare in università ma dall’altra parte della barricata… speriamo di aver innescato qualche domanda, qualche dubbio e soprattutto il seme del cambiamento in qualcuno.

Sui giovani sono ottimista: hanno un’altra forma mentis. Per quanto riguarda i colleghi più anziani, sicuramente c’è molto più disincanto e a volte è difficile far passare il messaggio ma la curiosità c’è e i vecchi schemi iniziano a franare.

Ecco un breve estratto del mio intervento.

La pizza gourmet? A volte parla anche di immigrazione e lavoro

Non so altrove, ma a Milano – ultimamente – è tutto un pullulare di pizzerie gourmet. Lo dico senza ironia perché a me, la pizza gourmet piace. “Marghe”, “Capperi che pizza”, “Pizza biscottata”, Gino Sorbillo: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il fenomeno è interessante, ma lo diventa ancora di più se lo si prende come possibile chiave di lettura  dei cambiamenti che stanno investendo la nostra società. A partire dall’impatto dell’immigrazione sul mondo del lavoro.

Partiamo da un presupposto: tra immigrazione reale e immigrazione percepita c’è un gap consistente, come mostrano alcuni studi di Ipsos Mori usciti qualche anno fa anche sul Guardian. Detto ciò, è inutile negare l’ovvio: l’immigrazione esiste, è un fenomeno di massa che ha una portata globale e ha innescato cambiamenti strutturali all’interno della nostra società. Anche all’interno del mondo del lavoro. Che però questi cambiamenti siano per forza peggiorativi e si riassumano nella formula “gli immigrati ci rubano il lavoro”… bè, questa è una semplificazione che sconfina con il fakeUn po’ perché il mondo del lavoro è un universo complesso e ricco di sfumature, un po’ perché l’evoluzione di certi settori sembra suggerire esattamente il contrario.

E qui torniamo a bomba… o meglio: al mondo della pizza gourmet. E’ un mio cliente, che mi ci ha fatto fare mente locale: un professionista che lavora nell’ambito delle farine biologiche e degli impasti per pizza. L’ho conosciuto in occasione di un’intervista che verteva su altro, ma che di fatto mi ha permesso di mettere a fuoco alcuni aspetti su cui non avevo ancora fatto mente locale. Il mondo della pizza e l’affermazione della pizza gourmet rappresentano infatti un ambito in cui l’immigrazione ha innescato un cambiamento profondo e tutt’altro che negativo. 

Cos’è successo, è facile da riassumere. Sotto casa mia c’è una pizzeria “Da Mimmo” che continua a chiamarsi “Da Mimmo” ma ha cambiato i connotati: i proprietari sono egiziani. Quando mi sono trasferita qui, dieci anni fa, la loro pizza era una ciofeca: per andare giù andava giù… ma poi ti si riproponeva. A oltranza. Oggi la pizza di “Mimmo” è migliorata: intendiamoci, non che sia un capolavoro ma non ti si ripropone più. Ed è economica. In zona Pasteur, invece, mi è capitato di mangiare più volte pizze cinesi di specchiata onestà.

Riassumendo: quando  i primi pizzaioli egiziani e cinesi hanno iniziato a venire alla ribalta, i pizzaioli nostrani – probabilmente – non ci hanno fatto neanche caso. D’altra parte la pizza, quella “vera” (manco esistesse!) la facevano loro… specialisti in pizza napoletana ma nati a Casalpusterlengo e tirati su a polenta e latte. Una cosa, però, i pizzaioli finto-napoletani non l’avevano prevista. Anzi, due: da una parte, le capacità mimetiche dei nuovi arrivati (che hanno iniziato a imparare il mestiere e a darci dentro pesantemente), dall’altra l’arrivo della Crisi, che ha trasformato la concorrenza in un gioco al ribasso. La battaglia – manco a dirla – l’hanno vinta i nuovi arrivati, capacissimi di sfornare pizze simili a quelle dei vecchi e per di più molto economiche. In breve, i tanti Mimmo e Gennaro che affollavano le strade di Milano hanno finito con l’abbassare la saracinesca.

Fine della storia? No. Ed è qui che interviene il colpo di scena, perché a un certo punto ha iniziato a emergere una nuova generazione di pizzaioli made in Italy, un po’ hipster un po’ manageriali: attenti alle farine, al lievito madre, alla materia prima. La pizza si trasformava in esperienza, in ricerca, in filiera di piccoli produttori… e nasceva la pizza gourmet. Complice, anche in questo senso, il darwinismo sociale della Crisi che ha spinto chi non voleva giocare al ribasso a puntare su una qualità che giustificasse prezzi più alti. Partita vinta? E’ un po’ difficile dirlo, anche perché ora le pizzerie gourmet iniziano a essere tante e la concorrenza si è già trasformata in una lotta al coltello.

Personalmente, guardando al futuro, non saprei dire se qualcuno dei nuovi brand – perché di brand si tratta – si affermerà in modo continuativo, se si tratti di una gigantesca bolla di sapone o se prevarrà la logica delle startup… ma una cosa è certa. Il fenomeno trova la sua chiave di lettura nella prospettiva che, qualche anno fa, Michael Clemens (membro del Center for Global Development) aveva suggerito in un interessante articolo. Analogamente, Mette Foged e Giovanni Peri – in  “Immigrants’ Effect on Native Workers: New Analysis on Longitudinal Data.” – hanno mostrato come, di fronte all’impatto dei flussi migratori, i lavoratori danesi non altamente qualificati abbiano reagito specializzandosi in mansioni più complesse: lasciando, per esempio, il lavoro manuale ai nuovi arrivati. Una sorta di “scalata” lavorativa, insomma. Fondamentalmente la stessa che in certi ambiti si svilupperà per una causa molto diversa rispetto all’immigrazione: quella tendenza all’automazione dei processi produttivi che oggi si tende a chiamare Industria 4.0. 

Il fenomeno, come dicevo, è complesso e certo non si può far di tutta l’erba un fascio… il mondo del lavoro è una bacheca fatta di nicchie diverse e non è vero che tutti gli ambiti funzionino allo stesso modo. Per quanto riguarda il mondo della pizza, però, mi sembra che si giochi a carte scoperte… e il gioco mi sembra un “bel gioco”. Con buona pace di chi – davanti a una pizza gourmet – arriccia il naso con stizza e rimpiange la pizza di un Gennaro che, nella maggior parte dei casi, non si chiamava neanche così.

Martina Fragale

INTERVISTE AL TRANCIO, Debussy e l’Esoterismo secondo Alessandro Nardin

Alessandro Nardin è un musicologo di tutto rispetto. Su questo non ci piove. Poi lo ammetto: l’opinione di Quirino Principe in fatto di musica, per me, è oro colato e Quirino Principe – di Nardin – ha detto un gran bene. In particolare a proposito della sua ultima fatica, il libro “Debussy l’esoterista”, che ho letto qualche mese fa e che mi è piaciuto moltissimo.

Perché? Parlare di musica ed Esoterismo non è semplice. Il rischio è duplice (anzi, triplice): da una parte si rischia di scadere nello stile pop dei tipici “cacciatori di misteri” – o nella fiction alla Dan Brown – dall’altra è facile imbrigliare l’indagine nei limiti (ristretti) della ricerca storica di tipo accademico. Nello stile: X si è affiliato alla Massoneria nell’anno YYYY.

Ecco, il pregio del lavoro di Nardin sta proprio nel fatto che è riuscito a uscire da tutti i cliché. Il perché, lo racconto (anzi: lo faccio raccontare a lui) in una delle mie INTERVISTE AL TRANCIO.

INTERVISTE AL TRANCIO, Luisa Cattozzo racconta la Blue Economy

Due giorni fa ero a Rovigo per questioni “fantasmatiche” che probabilmente il futuro chiarirà. Niente sedute spiritiche… per carità. Trattasi di fantasmi artistici che hanno – o meglio: avranno – a che spartire con il Teatro Sociale. Non dico altro perché sono scaramantica.

Comunque sia, ho approfittato della trasferta per dare appuntamento a Luisa Cattozzo, ricercatrice all’Università di Venezia per il curriculum “Nuove tecnologie per  l’informazione, il territorio, la città e l’ambiente”. Ho conosciuto Luisa qualche mese fa, quando – dopo aver scovato una mia intervista in rete – mi ha chiesto di metterla in contatto con Robert Peroni, che voleva invitare a parlare di Inuit e Groenlandia al TEDx Rovigo.

Poco dopo ci siamo beccate a Milano dove, nel corso di una serata etilica, il racconto delle mie scorribande groenlandesi ha subito ceduto il passo a un tema che mi ha appassionato parecchio: la Blue Economy, che Luisa studia e conosce molto bene.

Ecco perché, appena arrivata a Rovigo, non ci ci ho pensato su due volte. Ho chiamato Luisa e le ho chiesto di vederci per un’ “Intervista al trancio”. Lei mi ha risposto col solito entusiasmo. E mi ha dato appuntamento all’ “Osteria i Trani”, dove – tra una pasta e fagioli e un piatto di patate sofegà – abbiamo parlato di zebre, fondi di caffè che generano funghi e alberi da frutta spuntati da…

 

INTERVISTE AL TRANCIO, Roberto Bonzio parla di cultura hippie e New Economy

Roberto Bonzio, l’ho conosciuto anni fa ma non smette mai di sorprendermi. Giornalista dell’agenzia internazionale Reuters, nel 2011 lascia il posto fisso per coltivare un nuovo progetto, che lo porta a “raccogliere storie”in Silicon Valley. Proprio lì, a Palo Alto, molti Italiani hanno spostato le tende per mettere radici (ma soprattutto per crescere) in quella che è la culla mondiale dell’innovazione. Da questo viaggio nasce “Italiani di Frontiera” e Roberto inizia a traghettare anime oltreoceano, alla scoperta di storie di talento e di innovazione.

Dopodiché… bè, dopodiché il viaggio continua. Il mese scorso, a Vicenza, Roberto ha messo in scena uno spettacolo che parla delle connessioni tra la controcultura californiana e le origini della New Economy. A quanto mi racconta nel corso di una telefonata, se oggi la nostra vita e il nostro modo di guardare al mondo sono stati rivoluzionati dalle nuove tecnologie, “dobbiamo tutto agli hippie”.

L’idea mi ha incuriosita, quindi ho deciso di approfondire il discorso. E ho invitato Roberto a fare quattro chiacchiere da “Architorta Caffè Bistrot”: uno dei miei quartier generali quotidiani.