INTERVISTE AL TRANCIO, Roberto Bonzio parla di cultura hippie e New Economy

Roberto Bonzio, l’ho conosciuto anni fa ma non smette mai di sorprendermi. Giornalista dell’agenzia internazionale Reuters, nel 2011 lascia il posto fisso per coltivare un nuovo progetto, che lo porta a “raccogliere storie”in Silicon Valley. Proprio lì, a Palo Alto, molti Italiani hanno spostato le tende per mettere radici (ma soprattutto per crescere) in quella che è la culla mondiale dell’innovazione. Da questo viaggio nasce “Italiani di Frontiera” e Roberto inizia a traghettare anime oltreoceano, alla scoperta di storie di talento e di innovazione.

Dopodiché… bè, dopodiché il viaggio continua. Il mese scorso, a Vicenza, Roberto ha messo in scena uno spettacolo che parla delle connessioni tra la controcultura californiana e le origini della New Economy. A quanto mi racconta nel corso di una telefonata, se oggi la nostra vita e il nostro modo di guardare al mondo sono stati rivoluzionati dalle nuove tecnologie, “dobbiamo tutto agli hippie”.

L’idea mi ha incuriosita, quindi ho deciso di approfondire il discorso. E ho invitato Roberto a fare quattro chiacchiere da “Architorta Caffè Bistrot”: uno dei miei quartier generali quotidiani.

 

Bufale e tic cognitivi. Siamo tutti un po’ complottisti

Ecco qui… per la seconda e non ultima volta sono stata invitata a parlare di fake news e giornalismo insieme a Giorgio Testanera. E’ stato interessante esportare il format della nostra prima conferenza ripensandone alcuni particolari e arricchendolo ulteriormente. Il titolo è sempre lo stesso dell’anno scorso: “Vita da bufala. Dialogo tra uno scettico e una giornalista su come sopravvivere alle scie chimiche”, il luogo (Appiano Gentile, un anno fa) questa volta si è spostato di qualche chilometro, a Rovello Porro. Ciò che è cambiato e che ha contribuito a dare a questo appuntamento un taglio nuovo, è stato il pubblico.

Nuove domande, nuovi approcci: quello che ci ha accolti, è stato un pubblico attivo e reattivo che ci ha consentito di “aggiustare il tiro” in modo inedito. Io ho parlato ancora di tic cognitivi e di approccio multicausale al fenomeno delle fake news, Giorgio Testanera ha declinato il discorso in ambito scientifico, parlando del complesso rapporto fra Scienza e Verità. E il pubblico ci ha spinti in direzione di una chiave di lettura interessante, scettica e costruttiva al tempo stesso. Per chi si è perso la conferenza, ecco un breve estratto.

Ecco perché le bufale non muoiono. E come si può cercare di fare debunking in modo costruttivo.

Bufale, fake news… le si chiami come si vuole: il problema della veridicità o meno di una notizia, è qualcosa in cui siamo immersi fino al collo dalla notte dei tempi. Con l’avvento della rete, la natura del problema non è cambiata di una virgola. Gli antichi rumors non hanno fatto altro che ampliare il proprio raggio d’azione, cristallizzandosi in contenuti scritti e venendo – se mai – un po’ più alla luce del sole rispetto a prima.

Come ogni macrofenomeno che si rispetti, quello delle fake news è un mondo complesso e multifattoriale in ogni suo aspetto. Sia per quanto riguarda le origini delle bufale (perché nascono?) sia per altri motivi. Per esempio: perché, come sostengono in molti – dati alla mano – fare debunking non serve? Detta in altri termini: perché le bufale non muoiono?

Le ragioni della rete

Quando nasce una notizia in rete – vera o falsa che sia – si può star certi di una cosa: la notizia non morirà. Almeno nella maggior parte dei casi. Tanto per cominciare, una fake news  – una volta nata – raramente viene smentita. Sia (ovviamente) quando viene partorita dalla mente di un complottista, sia quando è stata diffusa in modo del tutto involontario. Da qualcuno, cioè, che si è semplicemente dimenticato di verificare le sue fonti. Anche in caso contrario, tuttavia, le bufale possono continuare a galoppare per anni attraverso le verdi praterie della rete… complice il fenomeno delle condivisioni sui social. E’ paradossale, ma anche condividere il link a una notizia falsa con l’obiettivo di dichiararla tale, non farà altro che dar mano forte alla bufala, contribuendo a diffonderla ulteriormente. In questo senso il mondo della rete ha la stessa liquidità dei vecchi rumors: le voci di corridoio dotate della capacità di diffondersi a macchia d’olio attraverso la logica del telefono senza fili.

Le ragioni della mente

In “Bugie, bugie virali e giornalismo”, Craig Silverman – direttore di Buzzfeed Canada – scandaglia il mondo delle fake news in modo approfondito, mettendo anche in luce quell’articolata serie di meccanismi psicologici (i tic cognitivi) che spesso contribuiscono a rendere del tutto inefficace l’opera dei debunkerEcco qualche esempio.

Bias di conferma: quando cerchiamo informazioni su una determinata tematica, automaticamente tendiamo a privilegiare i dati che confermano le nostre opinioni, tralasciando quelli che le smentiscono.

Effetto ritorno di fiamma: quando le nostre convinzioni vengono messe in discussione, tendiamo a riaffermarle con maggior forza.

Ragionamento regolato: oltre a lasciarci facilmente persuadere dalle
informazioni che si adattano alle nostre convinzioni, tendiamo anche a giudicare duramente (o addirittura a respingere)  prove e dettagli in contrasto con il nostro punto di vista. La nostra capacità di ragionare, quindi, è influenzata (regolata) dalle nostre convinzioni preesistenti.

Assimilazione partigiana: quando intercettiamo una nuova informazione, tendiamo ad assimilarla in modo che si adatti alle nostre vecchie convinzioni

Polarizzazione di gruppo: quando condividiamo le nostre opinioni con persone che la pensano come noi, tendiamo automaticamente a radicalizzare le nostre posizioni e a sostenerle in modo più marcato.

La smentita trasparente: a differenza di un computer, la nostra mente non ha il tasto reset. Ciò significa che tendiamo a ragionare in modo cumulativo, sommando le nuove convinzioni a quelle vecchie (senza, cioè, cancellarle). E’ questo, in buona parte, che rende spesso le smentite inefficaci e che depotenzia anche una seria attività di debunking.

Spiegando le diverse voci, ho usato volutamente la prima persona plurale per sottolineare un punto che mi sembra di fondamentale importanza: i tic cognitivi non sono esclusivo appannaggio dei complottisti, ma coinvolgono ognuno di noi. Nessuno è immune.

Impostare il problema in questo modo aiuta a uscire dalla contrapposizione frontale tra Noi (quelli sani) e gli Altri (gli odiati complottisti). Come recita un vecchio adagio, “da vicino nessuno è normale” e la normalità – forse – non esiste affatto. Credo che questo possa essere un buon punto di partenza per approcciare il problema delle fake news in modo diverso. Fare debunking, forse serve… a patto di cambiare prospettiva e raddrizzare il tiro del proprio intervento.

 

Quando il caffè diventa un ufficio. Confessioni di una nomade urbana.

Chi mi segue sui social sa che sono un animale da caffè. Il caffè inteso come luogo, giusto per capirci. Sia che si tratti di bar, pasticcerie o bistrot, i caffè fanno parte della mia quotidianità almeno per un paio di buoni motivi. In primis perché – cascasse il mondo – mai e poi mai rinuncerei al mio cornetto integrale al miele e in secondo luogo perché nei caffè, io ci lavoro. Così come ci lavorano tanti altri freelance.

I motivi sono diversi. In parte pratici. Per chi non ha un ufficio, il caffè rappresenta infatti un surrogato a buon mercato dei coworking e al tempo stesso una buona alternativa all’opzione più terra terra: quella di lavorare direttamente da casa. All’estero, peraltro, dove non solo ci sono più freelance ma è anche più sviluppato lo smart working, i caffè pullulano di professionisti di tutti i tipi. Qualche mese fa mi sono fatta il giro dei caffè di Londra con un amico che lavora spesso per conto proprio. E che di professione fa… il radiologo!  Il colosso Starbucks, di fatto, cavalca in buona parte l’onda di questa tendenza (e fa bene).

In Italia, le cose sono un po’ diverse e chi lavora nei caffè ha tendenzialmente un profilo professionale più circoscritto. E spesso un tantino bohémien, almeno agli occhi degli altri. Sono abbastanza convinta che in questo influisca anche una forte differenza di mentalità. In Italia, per esempio, si tende a sopravvalutare l’importanza dell’ufficio: inteso come status symbol professionale più che come luogo in sé. “Ho visto cose che voi umani… “soprattutto, ho visto liberi professionisti praticamente implumi sperperare nell’affitto di un ufficio perfettamente superfluo, soldi che avrebbero potuto investire in sviluppo concreto della propria attività. Ma l’ufficio, si sa, fa rappresentanza (anche quando l’unico a entrarci è l’affittuario). Diverso è il discorso per chi lavora in campo artistico o culturale, anche se – a ben vedere – le motivazioni sono specularmente simili e spesso anche il creativo che lavora da un caffè, lo fa per status symbol.  Cioè in quanto aspirante bohémien.

Per quanto mi riguarda, invece, il discorso è diverso. Scrivo nei caffè per motivi che non hanno nulla a che vedere con lo status symbol e che vanno addirittura oltre l’amore per il cornetto al miele. Amo i caffè perché ognuno di loro – anche il più squallido – è un porto di mare che pullula di vita. E perché con tutto il loro strabenedetto caos , per me rimangono sempre migliori di qualsiasi altra opzione. Biblioteche in primis. Tra gli esseri umani c’è sempre e comunque più vita che tra i libri. Lo dico io, che i libri li scrivo e li leggo… rimanendo però convinta che nulla alimenti la scrittura quanto il legame diretto con la realtà. L’hic et nunc che rappresenta il tessuto connettivo in cui – volenti o nolenti – tutti ci muoviamo.

In questa prospettiva, i caffè sono un inesauribile collettore di storie. Un davanzale sulla strada e sulla sua straordinaria vitalità, ma anche un osservatorio privilegiato su quella che Bauman ha descritto come “società liquida”. E che tutto sommato, tanto male non è. Ecco perché ho pensato di dedicare una parte di questo spazio ai luoghi della scrittura, cioè ai caffè – milanesi e non – in cui quotidianamente mi accampo a scrivere, ma anche agli aeroporti, alle stazioni e ai tanti occasionali ambienti di passaggio che mi è capitato di trasformare occasionalmente nel mio ufficio. Sono quelli che Marc Augé ha definito non luoghi e che personalmente fatico a considerare tali. I non luoghi non esistono. Sono semplicemente dei luoghi che aspettano solo di essere esperiti e colonizzati attraverso la fruizione diretta.

Bufale: se le conosci non le eviti. Ma impari a sopravvivere

Un anno fa, mese più mese meno, andavo ad Appiano Gentile a parlare di bufale e informazione con Giorgio Testanera. Per l’evento, avevamo coniato un titolo ironico: “Vita da bufala: viaggio nell’impossibile. Dialogo tra uno scettico e una giornalista su come sopravvivere alle scie chimiche”. Al di là del titolo, tuttavia, l’obiettivo della serata era serissimo: accendere la sacra fiamma del dubbio nei lettori e fornire inoltre degli strumenti spendibili perché ognuno potesse fare un po’ di sano debunking per conto proprio.

Qualche giorno fa, mi è arrivata da Rovello Porro la richiesta di riproporre la conferenza il 28 ottobre presso l’Associazione Artistico Culturale HELIANTO… motivo per cui, mi ritrovo a spulciare di nuovo gli appunti dell’anno scorso. Ripercorrendo i tratti distintivi di un fenomeno mediatico – la bufala, appunto – all’ordine del giorno e sempre attuale.

Duole infatti deludere i nostalgici dell’Epoca d’Oro del giornalismo, ma da che mondo è mondo la bufala è sempre esistita. L’unico tratto distintivo rispetto al passato, è che sono cambiate due cose: da una parte la rivoluzione di internet ha moltiplicato i canali di diffusione delle notizie, facendo da amplificatore tanto alle true quanto alle fake news. Dall’altra, la stessa rete offre ai suoi fruitori strumenti utili per fare debunking, cioè per distinguere (almeno a livello base) ciò che è falso da ciò che potrebbe non esserlo.

Detto ciò, quanto serve – realmente – fare debunking? Secondo voci autorevoli, tra cui Walter Quattrociocchi (coordinatore del Css Lab alla IMT Scuola di Alti Studi di Lucca), il debunking servirebbe a poco o a nulla. Le bufale, in parole povere, nascono, crescono ma non muoiono: complici i complottisti (che contro ogni evidenza vogliono continuare a credere nei loro fantasmi interiori) e complice – aggiungo io – anche il fatto che una fake news smentita, continua comunque a propagarsi a macchia d’olio  per tutta una serie di meccanismi interni ed esterni alla rete. Un fenomeno complesso in grado di far cadere le braccia anche al più agguerrito debunker. Io l’ho chiamato zombizzazione della notizia: nel senso che le fake news, alla faccia del debunking, vivono e vegetano anche oltre la morte. Come gli zombie, appunto.

Alla luce di tutto questo, che senso ha fare debunking? E che senso ha fare una conferenza sulle bufale? Ecco, la sfida sta proprio qui. Utilizzare il giornalismo costruttivo come chiave di lettura per reimpostare il tema e proporlo in una prospettiva diversa. Partire dal problema per cambiare la domanda e cercare una soluzione.

Il punto, oggi, non è fare debunking tout court, ma trovare una via per farlo in modo efficace… il che significa analizzare il problema partendo dalle fondamenta. La sfida, cioè, implica risalire alle radici del “fenomeno bufala” per rileggere le fake news come un mondo complesso in cui interagiscono diversi fattori. La psicologia del complottista – certo- ma non solo questo: anche l’influsso di un modello di business – quello basato sul click baiting – che purtroppo influenza ancora profondamente il giornalismo. E, last but not list, anche alcuni meccanismi di base, scandagliati dalla psicologia cognitiva, da cui nessuno di noi è esente (bias di conferma e simili).

Ecco, credo che in fondo l’approccio migliore al problema sia proprio questo: riconoscere che la bufala rappresenta un fenomeno complesso e multifattoriale da cui nessuno di noi è del tutto esente.

Martina Fragale

 

 

“Un 2×12”: un libro che non è solo un libro. E l’editore che ha avuto il coraggio di pubblicarlo

Tutto è cominciato così: con me e Giordano Dall’Armellina che ce la cantiamo e ce la suoniamo. Proprio un bel quadretto. Poi, ecco che nasce l’idea folle: il progetto di una narrazione su due versanti. Musica e parole. E’ così che è nato il progetto di un libro di racconti e di un cd, una forma narrativa ibrida in cui la canzone completa a mo’ di quadretto qualcosa che il racconto non dice (o che è rimasto in filigrana).

Tutto il resto è venuto da sé. In primis, il filo conduttore del libro: un viaggio sui binari del tram 2 di Milano. Luoghi e volti, una realtà liquida in cui personaggi fragili scorrono senza soluzione di continuità sullo sfondo di un paesaggio che è costituzionalmente work in progress. Per me che ho scritto i racconti e i testi delle canzoni, il lavoro è stato una folgorazione sulla via di Damasco… e credo che Giordano abbia vissuto qualcosa di simile. Lo conoscevo come musicista folk e l’ho visto comporre pezzi nuovi, secondo non uno ma “degli” stili che non gli ho mai sentito sperimentare. D’altra parte, è così che funziona. Il bello della sinergia artistica è proprio questo: vedere la musica che ridisegna il profilo dei personaggi, facendoli diventare qualcosa di diverso da ciò che avevi pensato… e viceversa.

Detto ciò, tutto questo non sarebbe stato possibile se un editore coraggioso non avesse creduto nel progetto e non si fosse accollato i costi di tutto ciò che comportava: non solo del libro e del CD, ma anche di tre mesi tondi tondi di sala di registrazione. Il mio grazie, quindi va a lui: Gerardo Mastrullo di “La Vita Felice”. E ai favolosi musicisti che hanno partecipato alla creazione del CD: Maurizio Dehò, Giampiero Nitti, Garbiele Coltri, Tiziano Menduto, Angelo Maffezzoli, Silvia Bozzeda, Danilo Bajocchi, Adriano Sangineto, Sandro Bramati e l’ “immenso” Claudio Fasoli.