Il nostro intervento al Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari

Martina Fragale al Festival del Giornalismo

Il 5 giugno, insieme a Silvio Malvolti (fondatore ed editore di BuoneNotizie.it e presidente dell’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo) sono intervenuta al Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari (Gorizia) dove abbiamo parlato di “Giornalismo costruttivo: c’è un modo diverso di raccontare le notizie?

Tanti, gli spettatori, tanti gli interventi, tantissimi gli applausi: ancora una volta abbiamo avuto l’impressione di aver fatto breccia e di aver puntato il dito su un’esigenza condivisa. Di un nuovo modo di fare giornalismo hanno bisogno in primis i fruitori diretti delle notizie, cioè il pubblico. Ma di un nuovo modo di fare giornalismo hanno bisogno anche i giornalisti: sia sul piano dei valori (per ritrovare i motivi che li hanno spinti a intraprendere questa professione) sia sul piano più strettamente professionale, per “differenziarsi” all’interno di un mercato del lavoro sempre più complesso.

Sono passati ormai otto anni da quando abbiamo intrapreso questo percorso, abbandonando il giornalismo positivo tout court e seguendo le orme del giornalismo costruttivo. Ai tempi (correva il 2014  e noi eravamo a Londra grazie a un bando europeo) studiavamo e sperimentavamo nel timore reverenziale dei grandi esempi nordeuropei, perché è in Nord Europa che è nata questa corrente.

Oggi sicuramente qualcosa è cambiato: continuiamo a studiare e a toglierci il cappello davanti alle esperienze dei nostri omologhi nordeuropei e americani, ma al tempo stesso abbiamo capito che l’Europa del Sud è un caso a sé. E che anche il giornalismo costruttivo va declinato sulla base delle diverse condizioni e delle diverse esigenze del territorio in cui si impianta. Negli anni, abbiamo costruito qualcosa di diverso e attraverso l’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo, stiamo portando avanti un progetto formativo che funziona.

Per il futuro si vedrà, ma al momento siamo soddisfatti e l’accoglienza calorosa che ci ha riservato il Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari ci ha dato un’ulteriore testimonianza del fatto che stiamo percorrendo la strada giusta.

L’impatto della guerra in Ucraina sull’Europa in 3 esempi

le conseguenze della guerra in Ucraina

La scorsa settimana la notizia è passata un po’in sordina ma secondo me merita di essere portata alla ribalta: in un momento in cui Svezia e Finlandia stanno prospettando una possibile adesione alla NATO (con conseguenze potenzialmente catastrofiche per tutti) il primo ministro svedese, Magdalena Andersson ha dichiarato che per il momento la Svezia non chiederà di diventare membro dell’Alleanza Atlanticaper non rischiare di destabilizzare la sicurezza europea“. Un gesto di grandissima responsabilità politica a cui credo che dovremmo dire tutti grazie.

Il secondo grazie (con la dovuta ironia, viste le pesanti responsabilità sulla situazione attuale) lo darei alla NATO per aver rifiutato, almeno fino ad oggi, la folle e irresponsabile richiesta di Zelensky di creare una “no fly zone” sull’Ucraina che ci catapulterebbe tutti sullo scenario di una probabile terza guerra mondiale. Ai media e ai tanti lettori che si stanno facendo trascinare da questa spaventosa ondata emotiva, come giornalista vorrei far notare che in meno di tre settimane, in Europa diverse cose sono cambiate in modo preoccupante.

Ne cito solo tre:

da fine febbraio, per la prima volta nella sua storia, l’UE ha iniziato a esportare apertamente armi. Una cosa che prima non era mai successa perché i trattati vigenti impediscono a Bruxelles di utilizzare il budget comunitario per motivi bellici. Il divieto, non a caso, è stato bypassato attivando uno strumento esterno al budget, la European Peace Facility, che può mobilitare fino a 5 miliardi di euro per aiuti militari. Di questi 5 miliardi, 500 milioni sono stati immediatamente utilizzati per inviare armi sul fronte ucraino.

– un esempio per tutti, sempre nell’ambito del primo punto: a partire dal 26 febbraio la Germania ha dato una brusca sterzata alla propria storia. Il governo tedesco, che per 70 anni non ha mai apertamente esportato armi verso nazioni in stato di guerra, ha ora esplicitamente offerto sostegno militare al governo ucraino. Annunciando, peraltro, un incremento della spesa miliare dall’1,5% al 2% del Pil. A questo, come se non bastasse, si aggiunge lo stanziamento di 100 miliardi di euro per spese militari. Cito la Germania come esempio storicamente “clamoroso”, che lo è ancora di più in un contesto come quello attuale che è (lo ricordo nel caso qualcuno se lo fosse dimenticato) uno scenario post-pandemico. Con tutte le urgenze economiche del caso, che richiedono spesa pubblica in investimenti molto diversi da quelli militari.

in meno di un mese, l’emergenza climatica è passata clamorosamente dietro le quinte e fra le proposte “extrema ratio” si ipotizza anche la riapertura (fino a un mese fa impensabile) di centrali a carbone, per arginare l’impennata del costo del gas e ridurre la dipendenza dalla Russia. E questo non solo nel Vecchio Continente: anche la Cina ha annunciato la riapertura di centrali e miniere di carbone con tutte le conseguenze del caso.

Cito questi aspetti ben sapendo che, volendo, la lista sarebbe molto più lunga. E’solo tenendo d’occhio come stiamo cambiando (e a che ritmo) che possiamo mettere a fuoco dove rischiamo di finire e chiederci: lo vogliamo davvero? Se proprio vogliamo fare questo salto nel buio, facciamolo a occhi aperti. E con la coscienza che certi cambiamenti non saranno reversibili. Per nessuno.

Guerra in Ucraina e media: perché ci serve un’informazione più bilanciata?

come i media parlano della guerra in Ucraina

C’è una poesia di Goethe – che è una bellissima fiaba iniziatica – di cui tutti conosciamo la versione Disney con Topolino: L’apprendista stregone”. Il succo della storia è che quando si maneggiano strumenti potenti senza averne la necessaria Conoscenza, si combinano guai. Grossi. E questa, oggi, può essere un’ottima chiave di lettura di come i media stanno affrontando la guerra in Ucraina.

Di polarizzazione si è iniziato a parlare in modo massiccio nel 2016 con il combo Brexit + Trump, ma in questi giorni la cosa assume contorni sempre più pericolosi. I media stanno giocando all’apprendista stregone. Ci stanno giocando le masse, sia online che offline senza la minima Conoscenza delle possibili conseguenze.

Cosa non serve in questo momento? Raccontare la guerra in Ucraina esasperando la visione negativa del “nemico”. Non serve bloccare Sputnik ed RT ma poi sbandierare un cartone animato di propaganda per bambini puntando il dito contro Mosca. Non serve annullare un corso su Dostoevskij. Non serve nemmeno spegnere tutti quanti le luci per dimostrare a Putin che “preferiamo stare senza gas e senza luce piuttosto che comprare il petrolio da lui” (ma davvero pensate che Putin farà fare marcia indietro ai suoi carri armati per questo? Peraltro, sull’ingenuità di questa affermazione, su cui poi vorrei vedere ognuno davanti alla prova dei fatti, mi taccio). Non serve soffiare sul fuoco, anche se lo si fa a fin di bene.

La verità è che di ciò che sta accadendo davvero dall’altra parte – in Russia – non sappiamo nulla. Amplifichiamo la percezione delle manifestazioni in corso immaginandoci rivoluzioni ma senza sapere quale sia la loro reale entità. Non abbiamo nemmeno, peraltro, idea di quale sia l’impatto reale di questa stretta sulla popolazione russa in termini di psicologia delle masse. Paradossalmente, potrebbe anche incrementarne la coesione: e non contro Putin, ma a favore. E’l’effetto fortezza: mi sento attaccato? Mi ricompatto intorno a un centro.

Con il pericolo reale e tangibile che stiamo correndo, non serve fare ciò che ci fa sentire meglio (più buoni, più giusti, più sensibili): serve capire cosa vogliamo e fare ciò che è concretamente utile per ottenerlo. La domanda reale è una sola: vogliamo creare le condizioni perché la guerra in Ucraina si trasformi in  una guerra diffusa (e per diffusa intendo potenzialmente mondiale)? Se non lo vogliamo, chiediamo un’informazione più bilanciata. E’questo che ci serve. Chiediamo storie che vengano anche dall’altra parte della barricata. Chiediamo strumenti che ci aiutino a percepire quello che sta succedendo in termini diversi da quelli della contrapposizione binaria: non per cambiare opinione, ma per accettare il fatto che il panorama è molto, troppo complesso.

Ci serve capire che siamo solo apprendisti stregoni e che entrare nella stanza dei bottoni pigiandoli a caso può portarci esattamente dove non vogliamo andare.

Presentazione del primo libro di giornalismo costruttivo pubblicato in Italia

libro giornalismo costruttivo

In realtà, avremmo dovuto farlo due anni fa: avevamo anche fissato la data ma poi è intervenuta la pandemia a mandare all’aria i nostri piani. Questa sera recupereremo il tempo perduto: alle h. 18.00, Alessia Marsigalia, Silvio Malvolti ed io saremo alla Biblioteca Gallaratese di Milano per presentare il nostro libro “Giornalismo costruttivo: cos’è, come funziona e perché è necessario“. Il primo libro sul giornalismo costruttivo pubblicato in Italia.

In questi due anni intercorsi dalla sua pubblicazione, il libro – peraltro – di passi avanti ne ha fatti parecchi e ha fatto il suo ingresso anche in ambito universitario. E’stato abbondantemente citato in diverse tesi e ci ha fatto sbarcare anche all’Università Cattolica di Milano.

I cambiamenti più importanti, però, sono avvenuti fuori dalle sue pagine e sono diventati materia prima per i corsi degli ultimi mesi, come quello che abbiamo tenuto all’Università di Asti per l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte. Perché il giornalismo costruttivo è in realtà qualcosa che va vissuta al di fuori del campo della teoria: un approccio pratico e uno strumento utile per leggere il mondo che ci circonda, per mettere a fuoco i suoi problemi e per portare alla ribalta le possibili soluzioni.

 

Covid e varianti: la Spagna inaugura una strategia diversa

Covid e varianti: la nuova strategia spagnola

Il Covid e le sue nuove varianti (Omicron in testa) non sono il male. Il problema è come vengono gestite. In questo senso, guardare ad altri esempi può essere d’aiuto

Ieri una mia conoscente è andata in ospedale per un esame prenotato da tempo. È tornata senza averlo fatto: avrebbe dovuto rimanere in fila, pigiata in una sala d’attesa stipatissima in mezzo a una bolgia di persone, nonostante avesse prenotato l’esame mesi fa. Ospedale completamente in tilt.

Davanti alle rimostranze di una signora esasperata, un medico (altrettanto esasperato) è esploso, gridando che la situazione è ingestibile e l’ospedale ha dovuto anche rinviare operazioni a malati di tumore (sic.!). E no, non siamo più – deo gratia – nel 2020 o nel 2021, quando gli ospedali sono collassati perché le terapie intensive brulicavano di pazienti gravissimi attaccati all’ossigeno. No. La cosa assurda è che fortunatamente ci troviamo a fronteggiare una variante, Omicron, meno letale delle precedenti. Peccato che la gestione irrazionale del problema – quella che ha stipato in casa 2 milioni e mezzo di italiani senza peraltro disattivare i Green Pass di molti di loro – abbia innescato una situazione paradossale, in cui la soluzione sta generando conseguenze più gravi del problema originario stesso.

In questo contesto di rigurgiti di pancia, la buona notizia viene dalla Spagna. Per chi conosce lo spagnolo, linko un articolo di “El Pais” che per me è stato un vero e proprio balsamo. Un pezzo lucido, equilibrato, razionale come dovrebbe essere qualsiasi articolo. Piccolo appunto preventivo per limitare chiavi di lettura fuori luogo che inizio a intercettare qua e là: no, la Spagna non ha deciso di far finta di nulla riducendo il Covid a una febbriciattola da due soldi e no, il Paese (con altissima percentuale di vaccinati, peraltro) non ha dichiarato nessun “tana libera tutti!”. Quello che cambierà sarà il sistema di vigilanza, non il trattamento della malattia.

In pratica – per dirla parafrasando malamente Bauman – in una situazione “liquida”, anziché sbracciarsi cercando una terraferma che ormai non c’è più, la Spagna sta provando a reagire nel modo migliore: imparando a nuotare.

I controlli per il Green Pass funzionano su un doppio binario

green pass controlli diversificati

Il mondo della ristorazione da una parte, le attività culturali dall’altra. I controlli per il Green Pass non funzionano allo stesso modo per tutti

E’a partire dai grandi terremoti del 2016 (elezioni di Trump e Brexit) che si parla – tanto – di polarizzazione. Eppure ho l’impressione che l’apoteosi di questa tendenza abbia avuto luogo soprattutto negli ultimi due anni. Come forse è logico che sia: una pandemia è pur sempre una pandemia. Nell’ultimo anno, i meccanismi di polarizzazione hanno dato il peggio di sé concentrandosi soprattutto intorno alla diatriba tra pro-vaccino e contro-vaccino. Una polemica che sta pericolosamente rischiando di lasciare in ombra altri aspetti.

Senza entrare nel merito di questa opposizione binaria, quindi, tiro semplicemente le fila di quanto ho osservato in queste settimane: che in Italia fossimo specializzati nell’emanare leggi spesso anche troppo rigide senza poi farle minimamente rispettare, non lo dirò perché sarebbe pleonastico. Questo, nel caso dei controlli per il Green Pass è sotto gli occhi di tutti.

C’è un aspetto che però è meno ovvio e che ultimamente sto registrando con una frequenza preoccupante. Diciamocelo: la realtà dei controlli scorre davvero su un doppio binario. Cinema, teatri, sale da concerto: lì, il Green Pass viene rigorosamente richiesto. Per quanto riguarda, invece, le realtà legate alla ristorazione (bar e ristoranti) le cose funzionano in modo molto diverso.

Parlo per Milano: i locali che chiedono il Green Pass si contano sulle dita di una mano monca. Sono pochi, pochissimi. E questo lo trovo vergognoso per almeno due motivi. In primis, significa sputare in faccia a chi lavora nel mondo dello spettacolo e – nonostante l’impatto economico della pandemia – si sta adeguando alla situazione con grande senso civico, facendo tutti i controlli del caso. E bravi i nostri ristoratori!, (che pure, a quanto mi risulta) i sussidi se li sono presi e – a differenza di cinema, teatri e sale da concerto – hanno pure potuto tamponare le chiusure (anche se solo in minima parte) grazie all’asporto!

Secondo aspetto grave: con i locali pieni zeppi e nessun controllo, si rischia di favorire una percezione falsata di come vanno le cose. In questa prospettiva, infatti, non sapremo mai se le misure restrittive hanno o non hanno effetto perché – con i locali pieni come un uovo e senza controlli – se ci sarà un aumento delle ospedalizzazioni, come è presumibile, si dirà che i controlli non influenzano la curva. Mentre in realtà il problema è che i controlli non ci sono.

Morale della favola: non servono norme più rigide, serve maggior coerenza tra le normative e la loro applicazione effettiva. E sì, servirebbe anche un tantino di spirito corporativo in meno ma che dire? Siamo in Italia: come dare torto a Banfield quando parlava di“familismo amorale”?

Sì vax e no vax: come i media stanno esasperando una polarizzazione che non serve a nessuno

sì vax e no vax le polarizzazioni fanno male

In questo senso, tra i social e i media non c’è molta differenza: la polarizzazione tra sì vax e no vax viene abbondantemente nutrita in entrambi i casi come se tutto si giocasse intorno a questa contrapposizione binaria. Ma è realmente così? E soprattutto: cui prodest?

Personalmente, mi sembra che questa concentrazione monotematica sul “daje a chi non si vaccina“, attribuendo tutto il peso dell’impatto della quarta ondata solo e soltanto ai non vaccinati, non faccia bene a nessuno. Principalmente per tre motivi:

1- Questo atteggiamento non tiene conto di una situazione che è molto complessa perché ha a che vedere con il panorama demografico (molto differenziato) e le specificità dei diversi Paesi. Mi sembra davvero evidente, peraltro, che le analisi più diffuse siano mostruosamente viziate e mettano in luce solo un lato della medaglia. Vedi il modo in cui è stata affrontata la situazione oscillatoria del Regno Unito (articoli di sadica soddisfazione per l’aumento dei contagi e assenza di analisi lucide quando i contagi sono calati). Vedi anche la clamorosa assenza di analisi serie su un Paese come la Danimarca, che una volta raggiunta la soglia – opinabile – dell’immunità di gregge, ha tolto tutte le restrizioni pur continuando a vaccinare (la percentuale di vaccinati oggi è pari all’Italia). Della Danimarca si è parlato – in modo molto critico – a settembre, quando sono state eliminate le restrizioni, e oggi (con l’aumento dei contagi). Mancano all’appello due mesi di monitoraggio e un’analisi lucida e non aprioristicamente denigratoria per quanto riguarda la situazione attuale. Ciò che mi sembra assodato è che le cose cambino molto da Paese a Paese. Per quanto riguarda l’Italia, per esempio (Paese più anziano d’Europa e secondo Paese più anziano al mondo) è palese che senza una percentuale molto alta di vaccinati, ci ritroveremmo con una gragnuola di lockdown tra capo e collo. Lo stesso, però, non si può dire per Paesi demograficamente più giovani.

2- Fare dei non vaccinati il solo ed esclusivo capro espiatorio rischia di spostare i riflettori da quello che è il problema principale. Questo è particolarmente evidente per chi, ad esempio, affronta da anni il problema di controlli periodici di vitale importanza: controlli teoricamente coperti da esenzioni, per cui (ben prima della pandemia) è sempre stato difficilissimo trovare posto tramite il SSN. Per dirla in pillole, la pandemia ha solo accentuato una situazione di crisi che esisteva già prima e che diventerà sempre più evidente. Oggi è diventato quasi impossibile prenotarsi un controllo col SSN (anche quando si ha un’esenzione che parla da sé). La pandemia ha lasciato il segno su un sistema gravemente congestionato. Il problema è che il sistema era già cronicamente congestionato prima. Questa è solo la ciliegina sulla torta. Il problema strutturale non è il Covid ma un aumento ingestibile di pazienti che è la logica e diretta conseguenza dell’incremento della popolazione anziana. E quindi? Mi ritrovo a ribadirlo spesso, sui social: la gratuità del sistema sanitario italiano è una favola per bambini. La cosa più intelligente da fare non è invocare un’astratta idea di giustizia che ormai è sempre più impraticabile, ma prendere atto della realtà e cercare delle alternative percorribili nell’immediato. Vedi (giusto a mo’di esempio) il sistema sanitario francese.

2- Con il terzo motivo, faccio riferimento a un campo diverso: quello della psicologia e dei bias. Un terreno scivoloso che il mondo dell’informazione e della comunicazione (a cui i media e social appartengono) farebbe bene a considerare. Alimentare la contrapposizione di campo tra sì’ vax e no vax (peraltro, mescolando in un unico calderone scelte che è riduttivo omologare con l’etichetta no vax) non fa che gettare altra legna sul fuoco. In questo senso, credo che sarebbe molto più utile porre una domanda di base: cosa interessa davvero a chi è convinto che il vaccino sia la risposta più utile? Sentirsi narcisisticamente migliore o contribuire all’aumento della percentuale di vaccinati, portando i cosiddetti no vax dalla propria parte? Voglio sperare che la motivazione di fondo sia la seconda. In questo senso, però, la tattica della polarizzazione non funziona… anzi, tutto il contrario. Il perché, ce lo spiega propio uno dei tic cognitivi più diffusi: il “bias del ritorno di fiamma”. Più si attacca in modo aggressivo l’interlocutore, più lo si spinge ad abbracciare le proprie convinzioni originarie. Se il punto quindi è raggiungere un risultato differente, è necessario adottare una strategia comunicativa ben diversa. Che i social non siano in grado di farlo, passi. Che i media se ne infischino, è invece tutt’altro discorso visto che parliamo di professionisti dell’informazione e della comunicazione.

 

Un corso di giornalismo costruttivo all’Università di Asti

Ieri, Silvio Malvolti ed io siamo andati all’Università di Asti dove abbiamo tenuto un corso di giornalismo costruttivo

Al di là delle occhiaie che parlano da sole. Al di là della stanchezza di una trasferta notturna ad Asti (dopo aver tenuto due ore di lezione a Milano). Al di là della lunga-lunga-lunga giornata del corso che abbiamo tenuto prima all’Università di Asti, per l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, e poi – in modalità workshop – alla Gazzetta di Asti. Al di là di tutto questo e dell’effetto “tour de force“, la nostra trasferta astigiana è stata bellissima.

Se di solito ai corsi di aggiornamento dell’ODG si vegeta e si fa altro, al nostro corso chi ci ascoltava ha anche davvero partecipato. Bello, trovare così tanto entusiasmo nei colleghi che ci ascoltavano e che sono intervenuti spesso. Bello, ricevere tanti “grazie” e mail, il giorno dopo, di altri colleghi che ci chiedevano dritte e contatti per iniziare a fare anche loro qualche intervista costruttiva. Bello, sulla scia di questo, risentire una persona che ho intervistato e fatto intervistare a più riprese e che oggi – quando ho passato il suo contatto a un collega – mi ha scritto: “grazie per starmi appresso, questa circolarità che hai dato al mio racconto è bellissima!

Questo è un piccolo estratto del corso di ieri, in cui spiego come è possibile raccontare in modo costruttivo (e senza indorare la pillola) anche le notizie negative. Portando alla ribalta i problemi ma cercando di farlo in modo utile. Il video, lo trovate qui

Coprifuoco in Lombardia. Come i media hanno gestito (male) una notizia che non era ancora una notizia

coprifuoco Lombardia la gestione dei media

Ripubblico qui il mio editoriale, uscito su BuoneNotizie.it il 21 ottobre

Ieri, in Italia, una quantità impressionante di cittadini ha dato per scontato che con giovedì partisse il coprifuoco in Lombardia. Peccato che in realtà, nonostante i titoloni pubblicati dai giornali, ieri il coprifuoco in Lombardia fosse tutt’altro che certo come ha dimostrato la frenata di Salvini. Cos’è successo? Perché è stata data per assodata una notizia che in realtà, fino alla tarda mattina di oggi, non era ancora stata confermata? Qual è la chiave del gigantesco misunderstanding? La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti e riguarda i media. O meglio, la gestione in base a cui la maggior parte dei media più diffusi sta affrontando il tema della pandemia.

Come ben sa chi si occupa di fake news e di debunking, bufale e disinformazione stanno spesso nel titolo, più che nel corpo di un articolo. È quello che è successo anche ieri quando diversi titoli hanno gridato al coprifuoco in Lombardia chiarendo poi, fra le righe degli articoli, che in realtà la richiesta di Fontana aveva ricevuto solo il sì ufficioso del ministro Speranza. Il problema, però, è che – come è risultato da una ricerca di qualche anno fa – la maggior parte dei lettori si ferma al titolo, senza leggere il contenuto degli articoli. Cosa che ovviamente finisce per veicolare un livello di disinformazione preoccupante.

Sempre tornando alla giornata di ieri, fra i giornali c’è anche chi è riuscito ad andare oltre. Nel primo pomeriggio, una famosa testata ha pubblicato un titolo (corretto alcuni minuti dopo) che annunciava nientedimeno un “lockdown in Lombardia dalle 23, così come in Campania”. Ora, per quanto il titolo sia stato parzialmente corretto poco dopo, non ci vuole molto a capire che in una situazione spiccatamente emotiva come quella attuale, confondere concetti come lockdown e coprifuoco sia un errore madornale.

Ed è qui che sta il nocciolo della questione: il tema dell’impatto delle parole. Il ruolo dei giornalisti come mediatori di chiavi di lettura che non provocano solo un effetto emotivo ma hanno anche pesanti conseguenze pratiche. Come è ovvio che sia, visto il legame a filo doppio che connette pensiero e azione.

Perché i media tendono a diffondere una percezione negativa di quanto sta capitando? La risposta è complessa e ha a che vedere in parte con l’attuale modello di business in uso per la maggior parte dei giornali. Ma non solo. A fine marzo, il governo inglese ha elaborato una serie di “opzioni per incrementare l’adesione alle misure di distanziamento sociale”. Tra le diverse proposte, ce n’erano alcune che riguardavano proprio i media. In particolare, il documento insisteva su due punti: il tema della “minaccia percepita” che deve essere incrementata per indurre i cittadini ad adottare le misure di distanziamento (da una parte) e l’importanza – parallelamente – di veicolare messaggi positivi riguardo alle azioni di protezione (“le persone hanno bisogno di considerare le azioni di autoprotezione in termini positivi e di avere fiducia sul fatto che siano efficaci”).

Quella che indica il governo inglese, è quindi una strategia di comunicazione duplice che per certi aspetti viene consigliata tutt’altro che a cuor leggero. In una tabella finale, infatti, che analizza le possibili risposte a questa strategia, si puntualizza che “utilizzare i media per aumentare il senso di minaccia personale” potrebbe avere effetti negativi. Un aspetto, peraltro, che – spostando il focus sul nostro Paese – è stato ampiamente dimostrato.

Basti pensare ai dati della Società Italiana di Cardiologia, che ha rilevato un numero triplicato di infarti dall’inizio dell’epidemia. Un problema su cui giocano fattori diversi, fra cui – anche – il timore dei pazienti che per paura del virus hanno messo in secondo piano il ricorso alla prevenzione. L’esempio del governo inglese è circoscritto, ma sicuramente suggerisce una chiave di lettura utile e scalabile anche altrove.

La negatività o addirittura il registro catastrofista con cui i media stanno gestendo la comunicazione del virus, hanno però anche altre cause che hanno a che vedere con il modello di business dei giornali. Mi spiego con un esempio. In Francia il classico titolone che calca volutamente la mano e veicola fake news, è chiamato volgarmente “putaclic” (pute à clic). Il senso dell’espressione è piuttosto esplicito ed esemplifica chiaramente la tendenza a cercare di attirare i click degli utenti per convertirli in proventi pubblicitari.

La situazione, insomma, non è rosea: le condizioni di buona parte dell’informazione allo stato attuale e gli effetti ansiogeni che questo produce sugli utenti, sono sotto gli occhi di tutti. Che fare, quindi? Noi, come giornalisti, la nostra risposta l’abbiamo trovata ed è il giornalismo costruttivo. Siamo però convinti che anche i lettori abbiano un ampio margini di intervento e siano – potenzialmente – degli attori, più che dei soggetti passivi. Scegliere con cura i propri canali di informazione, cioè selezionare la propria dieta mediatica ed escludere articoli e servizi di bassa qualità, è un potente strumento d’azione. Così come è utile evitare di cadere nel tranello dei titoli acchiappa-click, smettendo di condividere notizie senza averle lette per intero.

Il giornalismo, così come ogni tipo di comunicazione in generale, non è mai univoco. Coinvolge, cioè, sia chi scrive sia chi legge. Non dimentichiamocelo.

Giornalismo costruttivo e coronavirus: come si racconta una pandemia?

come si può raccontare una pandemia con il giornalismo costruttivo

Negli ultimi due mesi, ho fatto alcune interviste e due servizi per la televisione tedesca. Si è trattato in tutti i casi di occasioni preziose, non solo per i contenuti ma anche – soprattutto – perché mi hanno “messa in crisi”. Una domanda che ci viene fatta spesso, durante i corsi, è: come si fa a trattare in modo costruttivo una notizia negativa? Di solito, rispondiamo invitando a spostare il focus sulle soluzioni: quelle che sono già state applicate in situazioni simili (per esempio) ponendo l’accento sulla “scalabilità” in un contesto diverso.

Negli ultimi due mesi, però, mi sono trovata davanti a difficoltà diverse. Perché una cosa, è scrivere un articolo e un’altra è fare un’intervista. Come fai a condurre un’intervista con gli strumenti del giornalismo costruttivo quando la situazione che ti sta raccontando il tuo interlocutore è praticamente in total-black? Quando le eventuali buone notizie sono troppo collaterali e di contorno, per avere un valore, e quando la persona che hai davanti è troppo immersa nel flusso delle cose per poter captare delle soluzioni che per il momento non ci sono?

L’ho toccato con mano in un’intervista in incognito quando un chirurgo – che, rischiando il licenziamento, mi parlava  dei problemi del suo reparto–  a una mia domanda sulle soluzioni possibili, mi ha risposto: “Devi capire che stai parlando con una persona sotto shock. La situazione che stiamo vivendo, è come una guerra: in questo momento, io sono uscito da una battaglia e tra mezz’ora tornerò dentro a combattere. Quello che vedo davanti a me, quindi, è solo il presente perché è su quel campo che sono chiamato ad agire oraLe emergenze, funzionano così.

Mi sono detta che aveva ragione lui e che forse potevo trovare un altro modo per fare giornalismo costruttivo. Perché in fondo, al di là delle definizioni teoriche, il giornalismo costruttivo è soprattutto giornalismo “utile”. La domanda corretta, allora, in situazioni come quella che ho raccontato, non è “quali sono le soluzioni possibili?” ma piuttosto: cosa è utile far emergere, di questo sfondo negativo, perché possano essere trovate delle soluzioni dopoA volte – più che un’operazione di ricerca – è utile un’operazione di setaccio, che escluda ciò che non serve (voyeurismo, riflettori accesi sui particolari morbosi) e metta in luce ciò che non funziona, in modo che in un secondo momento possa venire aggiustato.

Il dolore va raccontato fino in fondo se questo può aiutare i lettori a mettere a fuoco con lucidità ciò che sta succedendo e a cercare, insieme, nuove soluzioni. Altrimenti, indorando la pillola, si rischia solo di buttare via il bambino con l’acqua sporca.