Giornalismo costruttivo e coronavirus: come si racconta una pandemia?

come si può raccontare una pandemia con il giornalismo costruttivo

Negli ultimi due mesi, ho fatto alcune interviste e due servizi per la televisione tedesca. Si è trattato in tutti i casi di occasioni preziose, non solo per i contenuti ma anche – soprattutto – perché mi hanno “messa in crisi”. Una domanda che ci viene fatta spesso, durante i corsi, è: come si fa a trattare in modo costruttivo una notizia negativa? Di solito, rispondiamo invitando a spostare il focus sulle soluzioni: quelle che sono già state applicate in situazioni simili (per esempio) ponendo l’accento sulla “scalabilità” in un contesto diverso.

Negli ultimi due mesi, però, mi sono trovata davanti a difficoltà diverse. Perché una cosa, è scrivere un articolo e un’altra è fare un’intervista. Come fai a condurre un’intervista con gli strumenti del giornalismo costruttivo quando la situazione che ti sta raccontando il tuo interlocutore è praticamente in total-black? Quando le eventuali buone notizie sono troppo collaterali e di contorno, per avere un valore, e quando la persona che hai davanti è troppo immersa nel flusso delle cose per poter captare delle soluzioni che per il momento non ci sono?

L’ho toccato con mano in un’intervista in incognito quando un chirurgo – che, rischiando il licenziamento, mi parlava  dei problemi del suo reparto–  a una mia domanda sulle soluzioni possibili, mi ha risposto: “Devi capire che stai parlando con una persona sotto shock. La situazione che stiamo vivendo, è come una guerra: in questo momento, io sono uscito da una battaglia e tra mezz’ora tornerò dentro a combattere. Quello che vedo davanti a me, quindi, è solo il presente perché è su quel campo che sono chiamato ad agire oraLe emergenze, funzionano così.

Mi sono detta che aveva ragione lui e che forse potevo trovare un altro modo per fare giornalismo costruttivo. Perché in fondo, al di là delle definizioni teoriche, il giornalismo costruttivo è soprattutto giornalismo “utile”. La domanda corretta, allora, in situazioni come quella che ho raccontato, non è “quali sono le soluzioni possibili?” ma piuttosto: cosa è utile far emergere, di questo sfondo negativo, perché possano essere trovate delle soluzioni dopoA volte – più che un’operazione di ricerca – è utile un’operazione di setaccio, che escluda ciò che non serve (voyeurismo, riflettori accesi sui particolari morbosi) e metta in luce ciò che non funziona, in modo che in un secondo momento possa venire aggiustato.

Il dolore va raccontato fino in fondo se questo può aiutare i lettori a mettere a fuoco con lucidità ciò che sta succedendo e a cercare, insieme, nuove soluzioni. Altrimenti, indorando la pillola, si rischia solo di buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Giornalismo Costruttivo: cos’è, come funziona e perché è necessario

giornalismo costruttivo: il primo libro italiano sul tema

Che cos’è il giornalismo costruttivo? Me lo sento chiedere spesso. Nella maggior parte dei casi capita che l’interlocutore tracci automaticamente un link mentale con il giornalismo positivo, cioè con le cosiddette “buone notizie”. Anche perché obiettivamente, nel panorama italiano, il concetto di “buone notizie” è molto più sdoganato di quanto sia il concetto di giornalismo costruttivo.

E’proprio per tracciare un quadro generale e iniziare a rispondere ad alcune domande, che con Alessia Marsigalia e Silvio Malvolti ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo pensato di scrivere il primo libro sul giornalismo costruttivo pubblicato in Italia: “Giornalismo costruttivo: cos’è, come funziona e perché è necessario”.

Il libro tira le fila di anni di viaggi e di studio che hanno portato ognuno di noi a confrontarsi con quei contesti in cui il giornalismo costruttivo è nato ed è riuscito (anche egregiamente) a mettere radici. Dal Transformational Media Initiative, il progetto transnazionale che nel 2014 ci ha portati a Londra per due mesi, al Transformational Media Summit di Parigi – l’anno successivo – alla Global Constructive Journalism Conference, che abbiamo seguito in Danimarca, in Olanda e in Svizzera.

E l’Italia? In Italia abbiamo tenuto diversi incontri  e conferenze sul tema. L’anno scorso, per esempio, all’Università IULM di Milano abbiamo tenuto un  corso per l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Ma certo, c’è ancora molto da fare. L’idea del libro nasce proprio dall’esigenza – e dalla volontà – di dare una risposta a questa domanda. Crediamo che questo libro (rivolto soprattutto, ma non solo, a chi lavora nel mondo dell’informazione e della comunicazione) possa iniziare a fornire nuovi strumenti di lavoro e nuove prospettive di orientamento a chi – come noi – crede nelle potenzialità di rinnovamento del giornalismo.

 

Femminicidi e Giornalismo Costruttivo: qualche chiave di lettura in più

il femminicidio visto attraverso il giornalismo costruttivo

Il femminicidio è un tema di cui è difficile parlare da un punto di vista diverso rispetto a quello della pura denuncia. La paura di minimizzare (o di essere accusati di farlo) fa novanta. Eppure considerare il problema anche da angolature diverse, mettendo in luce aspetti meno trattati, non significa sdrammatizzarlo ma – al contrario – vuol dire fornire strumenti utili per comprenderlo meglio e affrontarlo in modo efficace.

Credo che le chiavi di lettura più utili siano quelle che riguardano i numeri, la prospettiva in cui vengono letti, le risposte concrete che sono state messe in campo e la loro possibile replicabilità in contesti differenti.

 

I numeri del femminicidio in Italia e in Europa

femminicidi in Europa

Come si posiziona l’Italia, quanto a femminicidi, rispetto agli altri paesi europei? La percezione che emerge dalla frequenza delle notizie in merito e dalla prospettiva in cui sono presentate dai media tradizionali, sottolinea una quantità di omicidi volontari di donne che spesso e volentieri – nel percepito del pubblico – viene interpretata come un “crescendo”.

E’interessante, quindi, contestualizzare i dati italiani confrontandoli con quelli delle altre nazioni europee. Da un’analisi Istat del 2016, risulta che in realtà l’Italia si colloca fra i paesi con minor incidenza di omicidi volontari di donne. Il nostro paese è infatti preceduto solo dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Polonia, dai Paesi Bassi e dalla Slovenia. Il primato macabro, va piuttosto alle Repubbliche Baltiche e all’Ungheria, con Francia e Germania che seguono a breve distanza. La situazione, peraltro, è molto simile se si allarga lo spettro di analisi agli omicidi sia maschili che femminili: anche in questo caso, l’Italia risulta sestultima all’interno del contesto europeo.

diminuzione degli omicidi e dei femminicidi

E ora spostiamo il focus all’interno del nostro Paese mettendo a confronto i dati degli omicidi volontari per sesso in un arco temporale che va dal 1992 al 2015. Quella che emerge dai dati Istat è una generale riduzione che però procede a un ritmo decisamente diverso.  Se gli omicidi di uomini calano in modo radicale (da 4,0 per 100.000 maschi nel 1992 a 0,9 nel 2015) , gli omicidi in cui la vittima è una donna vanno incontro a una riduzione molto meno evidente, pur partendo da una consistenza numerica decisamente inferiore (da 0,6 a 0,4 per 100.000 femmine).

 

Come vengono letti i dati? Il problema del percepito

Tirando le fila dei dati Istat, il risultato è che negli ultimi 25 anni, in Italia, il numero degli omicidi si è assottigliato per entrambi i sessi seguendo però trend differenti, con una riduzione minore per quanto riguarda i femminicidi. All’interno del contesto europeo invece, il nostro Paese occupa una delle ultime posizione in tema di quantità di omicidi al femminile.

Il panorama che i dati mettono in luce è molto diverso rispetto a quello che emerge dai media e dalla percezione comune. Perché? La risposta non è certo univoca . Come ha dimostrato la colossale operazione portata avanti da Ipsos Mori con “Perils of Perception”, sono molte le tematiche su cui il divario tra reale e percepito tende a ingigantirsi (non solo in Italia).

Sul tema dei femminicidi influisce probabilmente la prospettiva (tendenzialmente catastrofista) attraverso cui molti media filtrano le notizie, ma non solo.

Un anno fa, è uscito su La Stampa un articolo che evidenziava come le denunce al 1522, il numero promosso dal dipartimento Pari Opportunità, fossero aumentate del 50 per cento. Un dato apparentemente allarmante che però la stessa  Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, Presidente del Telefono Rosa, invitava a leggere in modo diverso: “C’è di sicuro un significativo aumento delle donne che chiedono aiuto e decidono di mettersi nella condizione di ricevere assistenza. È un segnale decisamente positivo nella nostra battaglia contro il fenomeno sommerso della violenza e che dimostra una sempre maggiore consapevolezza delle donne che escono allo scoperto e trovano il coraggio di denunciare le violenze subite, che molto spesso avvengono all’interno delle mura domestiche.” L’aumento delle richieste d’aiuto, quindi, non indicherebbe un incremento delle violenze, ma un aumento delle donne disposte a reagire e a chiedere supporto.

Sull’Huffington Post, invece, Paola Tavella ha pubblicato un articolo dal titolo esaustivo (“Chi gonfia i dati sul femminicidio alimenta la violenza”) in cui ha puntato il dito contro un’ altra trappola mentale che rischia di aumentare il divario tra reale e percepito: ““Non tutti gli omicidi di donne sono femminicidi (…)Siccome siamo di fronte a una tragedia che accade ogni giorno, non vorrei trovare nel conteggio corrente dei femminicidi del 2016 il nome di Kamajit Kaur, un’indiana di 63 anni uccisa a San Felice sul Panaro da un vicino
di casa che odiava gli stranieri e voleva cacciare lei e la sua famiglia. Kamajit Kaur purtroppo sarebbe stata uccisa per razzismo pure se fosse stata un uomo…”

 

Soluzioni work in progress

Quando si parla di soluzioni a un problema articolato come quello della violenza sulle donne, le risposte possibili devono necessariamente coinvolgere entrambe le parti in causa: sia l’uomo che la donna.

All’interno del contesto italiano, sono diverse le realtà che cercano di mettere in campo possibili risposte, a partire dall’esigenza di fornire strumenti, percorsi e opportunità di cambiamento agli uomini che manifestano una tendenza alla violenza. I Centri di Ascolto per Uomini Maltrattanti sono presenti su tutta la penisola e operano sia secondo modalità rieducative (basate sul confronto e sulla rottura dell’isolamento) sia in termini di raccolta dati che aiutino a mettere a fuoco un identikit comune.

Come ha osservato Alessandra Pauncz, del Cam di Firenze: “Quando lavoriamo con uomini che sono violenti non troviamo dei mostri assetati di sangue, ma semplicemente uomini che hanno appreso un linguaggio in cui per un uomo è legittimo e giusto prevaricare sugli altri ed in particolare su donne e bambini. C’è un sottile linguaggio del privilegio maschile, che fa sì che gli uomini pensino di essere legittimati ad essere violenti, senza mai percepire le proprie azioni come violente. Credo che il primo passo per cambiare la cultura della violenza sia riconoscerla e nominarla.

Sull’esigenza di promuovere percorsi educativi (oltre che ri-educativi) e riflessioni sul maschile, si sono inoltre mosse diverse associazioni di uomini tra cui “Maschile Plurale” che oltre alla collaborazione con i centri anti violenza, promuovono anche corsi nelle scuole.

Si tratta ovviamente di soluzioni work in progress che mostrano il fianco anche ad alcuni punti deboli, già di per se stessi impliciti nell’adesione volontaria ai programmi di recupero. Per chi intraprende il percorso, inoltre, la difficoltà maggiore è il superamento delle prime fasi della terapia: il 40% degli assistiti, getta la spugna prima di aver raggiunto dei risultati. I margini di migliorabilità sono quindi piuttosto ampi ma l’incremento delle proposte e la maturità di strutture come il il Cam di Firenze (attivo dal 2009) mostrano un contesto tutt’altro che immobile.

 

“No means no worldwide”

Di tipo diverso e con obiettivi differenti, è il programma “No means no worldwide“, che va però a toccare alcuni punti che hanno a che vedere molto da vicino con il tema del femminicidio. Se l’obiettivo del programma, nato in Kenia nel 2009, è quello di ridurre sensibilmente gli stupri, il metodo messo a punto è un complesso articolato di strumenti pratici e teorici, rivolti ai giovani (donne e uomini), che vanno a disinnescare miti e strutture alla base della violenza sulle donne. Sia che si parli di stupro sia che si parli di femminicidio.

Nato nei bassifondi di Nairobi per opera di Lee Paiva, il programma ha preso forma negli anni ed è stato portato anche in Uganda e negli Stati Uniti. In Kenia, le applicazioni del programma hanno ridotto i tassi di stupro del 50% e l’abbandono scolastico legato a gravidanze indesiderate è calato del 46%.

C’è poi un altro dato che merita di essere sottolineato: il 74% dei ragazzi che hanno partecipato al corso e che in seguito hanno assistito a un tentativo di violenza, sono riusciti a intervenire e a fermarlo. La violenza sulle donne, non è un problema “solo” delle donne e le soluzioni possibili non possono prescindere dal coinvolgimento di entrambi i sessi.