Il nuovo libro di Luisella Berrino. In cui c’è anche un pezzettino di me

è uscito il nuovo libro di Luisella Berrino

Noi ghostwriter, si sa, non possiamo mai dire nulla di preciso sui libri a cui abbiamo lavorato. Questa, per me, è un’eccezione preziosa. Lavorare accanto a Luisella Berrino e aiutarla a dare forma scritta alla sua storia (che è anche la storia degli anni d’oro della radio) è stato un privilegio. Non solo perché si è trattato di raccogliere i ricordi di una delle voci femminili più iconiche di Radio Monte Carlo ma anche perché Luisella è una persona stupenda.

I due anni di scrittura, di interviste e di ricerca trascorsi con lei, per me non sono stati un semplice lavoro ma qualcosa che mi porterò per sempre nel cuore.

Il libro di Luisella Berrino: un lavoro di ri-costruzione

Lavorare sulla memoria è qualcosa di complesso. A tratti, difficilissimo. Luisella. La mia vita tra le onde è un progetto nato dalla volontà del figlio di Luisella Berrino, Francesco Di Biase, di raccogliere in un memoir i ricordi di un’intera vita dietro i microfoni. C’è la Storia grande – quella con la S maiuscola – e ci sono le storie individuali (non le chiamo “storie piccole” perché spesso non lo sono). Quella di Lusella Berrino è una storia individuale che, a un certo punto è andata a fondersi con la storia (con la S maiuscola, appunto) della radio.

Luisella è stata una delle voci femminili più iconiche della radio, dagli anni Settanta in poi. Questo, apparentemente, dovrebbe rendere facile un lavoro di “ricostruzione della memoria”. In realtà – posso dirlo fuori dei denti – per certi capitoli abbiamo letteralmente sudato sette camicie. Interviste che davano versioni differenti, ricordi che non combaciavano, date che non tornavano, pezzi del puzzle che non volevano proprio saperne, di incastrarsi. Perché la verità è che la memoria è qualcosa di estremamente fluido. Si sfalda, ti cambia le carte in tavola: ha bisogno di argini e che fatica costruirli!

La regina della radio. Quarantacinque anni di ricordi

Ci abbiamo messo quasi due anni a portare in porto questo libro e un po’ce l’aspettavamo. I quasi quarantacinque anni di carriera di Luisella sono stati, per il mondo della radio,  una congiuntura storica e trasformativa densissima: gli anni Settanta (è proprio nel 1970 che Luisella ha dato il via alla sua carriera radiofonica) sono stati l’epoca delle emittenti offshore – come Radio Veronica e Radio Caroline – e delle primissime radio private. Esempi come Radio Monte Carlo e Radio Luxembourg, all’epoca si contavano sulle dita di una mano e avevano un’impronta gentilmente libertaria: assolutamente non nel senso politico, per quanto riguarda Radio Monte Carlo, ma da un punto di vista musicale sì.

Vent’anni dopo – quando il timone di Radio Monte Carlo passò ad Alberto Hazan – le emittenti private pullulavano. E quando, nel 2014 – dopo quasi quarantacinque anni di monogamia – Luisella ha “appeso il microfono al chiodo” il panorama era cambiato ancora. Sapevamo che ricostruire un periodo così lungo e denso di incontri (aggiungendoci, per di più, l’epoca dei rally e della Formula Uno) sarebbe stato un processo lungo. Soprattutto perché non si trattava di scrivere un libro di storia della radio ma di raccontare quegli anni dal punto di vista di una delle loro principali protagoniste. Personalmente ho una laurea in storia ma il lavoro della storica credo di averlo fatto su questo libro molto più che sulla mia tesi, ai tempi. Cercare le fonti, selezionarle, confrontarle, estrarne solo ciò che ci serviva e distillarne i ricordi di Luisella, restituendoli con la sua voce è stato come affrontare un gigantesco slalom in cui ci siamo trovati a zigzagare, di volta in volta, tra la Storia con la S maiuscola e un’intera galassia di storie individuali.

Alla fine, se non ci siamo persi, lo dobbiamo al fatto di aver svolto un lavoro di ricostruzione “di gruppo”. Luisella, suo marito Gianni Di Biase, Francesco ma anche Sara – l’assistente di Luisella – hanno tirato fuori dal cappello del mago fonti su fonti tra personaggi da intervistare, vecchie riviste, foto e audiocassette. Gli ex colleghi di Luisella ci hanno letteralmente spianato la strada, regalandoci spaccati inediti e vere e proprio perle di serendipità. E io ci ho messo del mio, cercando di navigare in mezzo a tutto questo. Strada facendo, una cosa l’ho capita: la memoria, anche quella individuale, non è mai qualcosa di strettamente personale. Si costruisce collettivamente, filo dopo filo, attraverso le relazioni che ci rendono ciò che siamo e si ri-costruisce, a posteriori, sempre collettivamente. Il libro di Luisella è esattamente questo: un “tempo ritrovato” (per dirla con Proust… ma con molta leggerezza in più).

“Luisella. La mia vita tra le onde”

Del libro in sé, non dirò nulla. Chi si loda s’imbroda e la prima che non ha mai speso una parola di troppo su di sé è proprio Luisella. Tutto quello che mi sento, sinceramente, di dire è che quella che i tantissimi fan di Luisella troveranno, tra queste pagine, è proprio la voce che hanno amato e seguito negli anni.

Questo libro nasce da un lavoro non solo di ricerca ma anche – soprattutto – di “ostetricia letteraria”. È così che mi piace pensare al mio lavoro di ghostwriter: uno scrittore che mette in stand by la sua identità autoriale, si fa da parte, e aiuta la persona con cui sta lavorando a “partorire” la storia che ha dentro.

Con Luisella, in questo senso, il lavoro è stato semplice. In parte perché la sua è, anche oggi, una voce vibrante e che – a dispetto del tempo, a dispetto di tutto – riesce comunque a farsi strada e a imprimere alla scrittura il suo prezioso tone of voice. Ma in parte, anche, perché è impossibile non volerle bene e questo ha reso il mio lavoro molto più semplice perché un libro, qualsiasi libro, è soprattutto un atto d’amore.

Quello che leggerete è, a tutti gli effetti, un libro di Luisella Berrino. Ma in questo libro c’è anche un pezzettino di me nella misura in cui sono riuscita a permettere a Luisella di raccontarsi con quella voce bellissima e fuori dal tempo che ha saputo farsi strada nel cuore di migliaia di persone.

 

Il podcast “Il buio rubato” arriva a Ispra. E si trasforma in spettacolo

il podcast "Il buio rubato" di Martina Fragale

Domenica 25 gennaio alle h. 17.30, il mio podcast sull’inquinamento luminoso “Il buio rubato” sbarcherà a Ispra per una presentazione-spettacolo. In realtà è già la seconda volta che il mio podcast sale alla ribalta – a giugno ne ho parlato al Festival del Giornalismo – ma questa volta si tratterà di una presentazione molto diversa.

A Ispra, racconterò come è nato questo podcast e affronterò, da giornalista, il grande e complesso tema dell’inquinamento luminoso. Parlarne non è mai semplice, considerando che si tratta di una forma di inquinamento Cenerentola ovvero di un tema molto poco conosciuto. Ecco perché, questa volta, ho pensato a una presentazione di segno diverso. Per parlare alla testa ma anche al cuore di chi verrà ad ascoltarmi, ho pensato di concludere il mio intervento con un breve spettacolo che si costruirà intorno a una favola per adulti – “La bambina e il pettinero” che ho scritto apposta per questa occasione: una storia che dialogherà liberamente con la musica di Carmelo Massimo Torre.

Perché proprio una favola? Perché è da lì, forse, che possiamo partire per ricostruire col buio una connessione che è di vitale importanza per l’essere umano. Le favole, in passato, ci hanno insegnato ad avere paura del buio. Oggi, forse, le favole possono svolgere una funzione opposta, insegnandoci di nuovo a dialogare con quella che è – a tutti gli effetti – una parte importante di noi. Lo ha fatto Nicola Pesce con il suo, bellissimo, “Il piccolo principe delle tenebre”. E lo ha fatto anche – senza parlare esplicitamente del buio – l’immenso Dino Buzzati con “Il colombre”, che per me rimane a tutti gli effetti non solo una delle favole per adulti più belle che siano mai state scritte ma anche un racconto che ha, intimamente, molto a che vedere con il buio e con i suoi correlati.

Ci vediamo domenica prossima, quindi, con “Il buio rubato: l’inquinamento luminoso ci ruba le stelle?”: h. 17.30, Sala Serra (via del Milite Ignoto, 31), Ispra.

Il podcast “Il buio rubato”: l’inquinamento luminoso è un problema ambientale

L'inquinamento luminoso manda in crash gli ecosistemi

È appena uscito il secondo episodio del mio podcast “Il buio rubato”, prodotto da NUMI Media. In questa seconda puntata, ho affrontato quello che secondo me è il cuore della questione: l’inquinamento luminoso è un problema ambientale a tutto tondo. Non si tratta, cioè, di un problema circoscritto, percepito solo da astronomi e amanti delle stelle, ma di un’autentica mannaia che rischia di mandare in crash gli ecosistemi.

Perché parliamo di salvaguare l’ambiente come se di notte gli ecosistemi smettessero di esistere?

Quando parliamo di ambiente, lo facciamo spesso in base a una clamorosa dispercezione: trattando il tema in una prospettiva esclusivamente diurna. Come se di notte, fauna e flora andassero in stand by. Naturalmente non è così. Basti pensare al mondo vegetale, dove molte specie di piante “si passano il testimone”.

Idem, nel mondo animale: come nel caso degli impollinatori, un universo complesso che l’immaginario comune tende ad appiattire alle sole api dimenticando (per esempio) il lavoro fondamentale delle falene notturne. Gli ecosistemi notturni sono realtà dinamiche e popolatissime. Un esempio per tutti: quasi il 70% dei mammiferi è prevalentemente notturno.

Pipistrelli e dintorni. La notte negata manda in crash gli ecosistemi

In questa prospettiva, balza all’occhio come l’incremento fuori controllo dell’illuminazione notturna rappresenti una minaccia significativa. Ne ha parlato (benissimo, peraltro) Johan Eklöf – giornalista e scienziato svedese – nel sul libro “Elogio del buio”. È da qui che sono partita per raccontare l’impatto dell’inquinamento luminoso sulla fauna e sulla flora.

Nel secondo episodio del mio podcast “Il buio rubato” ho parlato di falene, tartarughe, uccelli migratori. E anche, naturalmente, di quelli che – secondo l’immaginario comune – sono fra i più emblematici animali notturni: i pipistrelli. Per approfondire il tema, ho intervistato Anna Maria Gibellini: naturalista presso l’Oasi WWF Valpredina e referente, per Regione Lombardia, dello Sportello Pipistrelli. 

Un problema di giornalismo costruttivo

In quanto giornalista costruttiva, mi sono sempre posta l’obiettivo di parlare dei problemi dal punto di vista delle soluzioni. Per l’inquinamento luminoso, però, ho consapevolmente deciso di fare un’eccezione. A differenza di altre tematiche, raccontate abitualmente in total black, il grosso dilemma – quando si parla di light pollution – è che l’incremento iperbolico dell’illuminazione non viene percepito come un problema. Per questo motivo, a differenza di quanto ho sempre fatto nei miei articoli e inchieste, nel podcast “Il buio rubato” ho deciso di calcare la mano sul problema. E di parlare di soluzioni solo in un secondo momento.

Con questo episodio, ho però fatto un’eccezione. Perché a volte (e questo è il bello) le soluzioni le incontri anche quando non le cerchi. Nel corso della nostra intervista, Anna Maria Gibellini mi ha raccontato il progetto a cui sta lavorando: LIFE NatConnect2030, un’iniziativa europea finalizzata alla conservazione della biodiversità e messa in atto, nel nostro Paese, da un team di 16 partner che ha come capofila Regione Lombardia. Anna Maria Gibellini mi ha raccontato ciò che, nell’ambito di questo progetto, si sta facendo per tutelare i pipistrelli. Con l’uso, fra l’altro di strumenti basati anche su progetti di citizen science. Ne parliamo in questa puntata, praticamente in anteprima.

Dove ascoltare questa puntata del podcast “Il buio rubato”?

Il podcast è presente su tutte le piattaforme. Lo trovate su Spotify, Amazon Music – Audible e su Apple Podcast.

 

Primo episodio del podcast “Il buio rubato”. Con un’intervista a Fabio Falchi

Podcast "Il buio rubato"

Dopo il lancio del trailer, il mese scorso, è finalmente uscito il primo episodio di Il buio rubato, il mio podcast sull’inquinamento luminoso prodotto da Numi Media. Devo dire che sono particolarmente felice di questo primissimo episodio, perché mi ha dato la possibilità di intervistare il professor Fabio Falchi, che in fatto di inquinamento luminoso è uno dei massimi esperti al mondo. Peraltro, proprio qualche giorno fa, l’Unione Astronomica ha dato il suo nome a un asteroide come riconoscimento dell’impegno del professor Falchi a difesa dei cieli bui.

Di cosa si parla nel primo episodio del podcast “Il buio rubato”

Fabio Falchi è l’autore dell’Atlante Mondiale dell’Inquinamento Luminoso  ed è stato anche presidente di CieloBuio Coordinamento per la Protezione del Cielo Notturno: la più importante associazione italiana attiva sul fronte della light pollution.

In questo primo episodio del podcast Il buio rubato (dal titolo evocativo: Perché non vediamo più le stelle?ho posto al professor Falchi  una serie di domande preliminari, che aiutino chi si sta accostando per la prima volta al tema dell’inquinamento luminoso a mettere a fuoco il fenomeno. Perché non riusciamo più a vedere la Via Lattea? Da quando la light pollution ha iniziato a essere riconosciuta come un problema? Qual è l’impatto dell’illuminazione a LED sullo stato attuale dei nostri cieli? Come è messa l’Italia?

 

Questo primo episodio è l’inizio di un viaggio che negli episodi successivi cercherà di leggere l’impatto dell’inquinamento luminoso su ambiti diversi e allo stesso tempo convergenti, visto che stiamo parlando di inquinamento ambientale a tutti gli effetti.

Quella che con il podcast Il buio rubato vorrei mettere in evidenza è una distorsione profonda, che coinvolge la società nel suo complesso e che ci impone di ripensare non solo il nostro rapporto con la notte, ma anche con il concetto stesso di “progresso”. Non in un’ottica reazionaria, ovviamente, ma alla luce di un’esigenza di “ridimensionamento” che la crisi ambientale rende sempre più urgente. Perché diciamocelo: le modalità e gli obiettivi con cui la transizione energetica si sta muovendo, purtroppo, non solo non risolveranno il problema ma rischieranno addirittura di accentuarlo. Un aspetto nevralgico, che con l’inquinamento luminoso (e il suo rapporto con l’illuminazione a LED) risulta particolarmente chiaro.

Dove è possibile ascoltare Il buio rubato?

Il podcast è disponibile su tutte le principali piattaforme di ascolto: Audible, Amazon Music, Apple Podcasts, Spotify.

Il mio progetto sul buio è sbarcato al Festival del Giornalismo

Al Festival del Giornalismo abbiamo parlato di inquinamento luminoso

Mercoledì 11 giugno, al Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari, insieme a Carmelo Vanadia di Georama Esplorazioni Contemporanee, ho parlato del progetto The Light Side of The Night durante l’incontro, moderato da Alessandro Di Giusto, “Costruire una cultura del buio contro l’inquinamento luminoso”.

Per The Light Side of The Night, il progetto che ho fondato anni fa insieme a Max Franceschini, il Festival del Giornalismo è stata la prima ribalta pubblica. Anzi, no: la seconda. Nel 2018, The Light Side of the Night aveva parlato di sé per la primissima volta durante l’evento (notturno, ça va sans dire!) “Mappa celeste dell’Italia che c’è”, una maratona di storie ideata dal professor Alessandro Rosina, docente di Demografia presso L’Università Cattolica di Milano. Nel 2018, però, The Light Side of The Night era solo un portale nato per fare informazione sull’inquinamento luminoso e per scavare – filosoficamente ma anche caleidoscopicamente – nel concetto, densissimo di Buio.

Quest’anno, al Festival del Giornalismo, il progetto è stato invece presentato nella sua nuova veste di “impollinatore” di nuovi progetti e nuove sinergie, da costruire con lo scopo di stimolare la ri-scoperta di una cultura del buio che possa poi trasformarsi in azioni concrete contro l’inquinamento luminoso. Al Festival, abbiamo parlato della scomparsa del buio da diversi punti di vista: come problema ambientale, politico, filosofico e identitario. Ma soprattutto, si è parlato di progetti concreti: del mio podcast “Il buio rubato” – prodotto dall’Associazione Culturale Numi Media – e del progetto SI È SPENTO IL BUIO – Sentieri nella Notte illuminata a giorno, che ho potuto “mettere a terra” solo grazie alla collaborazione con dei camminatori di professione come Gianluca Migliavacca e Carmelo Vanadia di Georama Esplorazioni Contemporanee.

“Il buio rubato”: un podcast che parla di inquinamento luminoso

Podcast "Il buio rubato"

Per ora c’è solo il trailer, ma presto verranno pubblicati i primi due episodi di Il buio rubato, un podcast in cui parlerò di inquinamento luminoso e di cultura del buio. Una produzione di Numi Media.

Il buio rubato non è solo un podcast sull’inquinamento luminoso

Il buio rubato fa parte dello sviluppo di The Light Side of The Night, un progetto che ho fondato qualche anno fa insieme a Max Franceschini e che all’inizio voleva solo essere un portale informativo, per parlare di inquinamento luminoso e dell’esigenza di costruire una cultura del buio. L’inquinamento luminoso, infatti, è un problema ad ampio raggio – con un forte impatto ambientale, peraltro – che però è difficilissimo far percepire come un problema reale.

Il buio non piace. Il buio rientra nel bagaglio delle tante cose che abbiamo messo alla porta anche se fanno parte di noi. Per questo, credo una battaglia contro l’inquinamento luminoso non possa prescindere da una pars construens che va costruita con lentezza e pazienza: costruire una cultura del buio. The Light Side of the Night ha quindi iniziato a evolversi e, da portale informativo, si è trasformato in una base di partenza per piccoli progetti di “impollinazione”. Tra cui, per esempio, la costruzione di tre itinerari notturni che ho costruito insieme a Georama Esplora e che si sono concretizzati nel progetto Si è spento il buio – Sentieri nella Notte illuminata a giorno. 

Il podcast Il buio rubato fa parte di questa evoluzione progettuale. Sarà un viaggio anche questo, esattamente come i sentieri costruiti con Georama e come l’intero progetto The Light Side of The Night sarà un viaggio concepito per informare sul tema dell’inquinamento luminoso ma anche per riflettere, strada facendo, sui mille significati del buio che abbiamo perduto.

Dove ascoltare il podcast Il buio rubato?

Il podcast è prodotto grazie al supporto dell’associazione Numi Media ed è disponibile su Spotify, Audible, Apple Podcast,  Amazon Music, Deezer. 

 

Un progetto per parlare di inquinamento luminoso e di cultura del buio

Sul tema del buio e dell’inquinamento luminoso, ho sempre avuto una vera e propria fissazione. Che ovviamente, nel tempo, si è trasformata in interesse giornalistico. Sei anni fa, insieme a Max Franceschini, ho aperto The Light Side of the Night: un portale di informazione sul tema della light pollution e delle sue conseguenze sull’ambiente ma anche sull’esigenza di costruire (o meglio: ri-costruire) una vera e propria cultura del buio.

Per qualche anno ho scritto, studiato e anche parlato di inquinamento luminoso. Ma a partire da quest’anno, ho deciso di fare un passo avanti e questa decisione ha a che vedere con un’esigenza, personale, di riportare il giornalismo là dove il giornalismo è nato: sulla strada. C’è qualcosa che negli ultimi anni abbiamo persocome mostrano i dati del Digital News Report – e questo qualcosa è la fiducia del pubblico nei media. Un problema complesso e multicausale che, secondo me, con l’arrivo dell’AI non farà che intensificarsi. Che fare, quindi? Come giornalista costruttiva sono abituata a sfoderare, ogni volta che posso, la nostra “sesta W”, il proverbiale “What now?” del giornalismo costruttivo. E la risposta che mi sono data è questa: dobbiamo ripartire dalla strada e tornare tanto a interrogare i problemi quanto a informare “scendendo in campo”.

Quest’esigenza è urgente, a maggior ragione, quando si parla di un problema non riconosciuto e minimizzato come l’inquinamento luminoso. Per la serie: se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Ho deciso così di creare degli itinerari notturni per parlare di inquinamento luminoso dal vivo, permettendo alle persone di toccare il problema con mano. Per farlo, ho coinvolto Georama Esplorazioni Contemporanee ed è così che, insieme a loro, è nato il progetto SI È SPENTO IL BUIO – Sentieri nella notte illuminata a giorno. Il primo dei nostri sentieri notturni sarà su Milano e partirà dall’unico cielo stellato visibile in città, la cupola del Planetario. Ma oltre a questo, abbiamo già in serbo altri itinerari. Del progetto, parleremo io e Carmelo Vanadia, di Georama, al Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari, l’11 giugno. E intanto, nuove idee prendono forma.

Constructive Day 2025. A Roma si è parlato di giornalismo costruttivo

Constructive Day 2025

Venerdì 9 maggio sono stata a Roma per il Constructive Day 2025, dove si è parlato (molto e bene) di giornalismo costruttivo. E dove anch’io ho tenuto un intervento a proposito di un tema che, in quanto giornalista costruttiva, mi sta particolarmente a cuore. Ma andiamo con ordine. Cos’è il Costructive Day?

Il panorama del giornalismo costruttivo in Italia è, per fortuna, sempre più ricco. Fino a qualche anno fa, eravamo davvero in pochi a conoscere questa corrente e a cercare (faticosamente) di portarla avanti. Oggi siamo un po’di più. All’interno del panorama italiano, in ambito costruttivo gioca un ruolo fondamentale il Constructive Network, fondato sei anni fa da Assunta Corbo insieme ad altri colleghi. Il Constructive Network per certi aspetti ricorda l’esperienza francese di Réporters d’Espoirs, con la differenza che Réporters d’Espoirs ha iniziato a muovere i primi passi 22 anni fa, a Parigi, con un clamoroso riconoscimento da parte dell’UNESCO nel 2004.

Il Constructive Network indubbiamente è molto più giovane ma, come per Réporters d’Espoir rappresenta un’unione sinergica di giornalisti e professionisti della comunicazione attivi ognuno nel proprio ambito ma con una visione comune. Il Network conta, ad oggi, duecentosessanta adesioni. Che all’interno del panorama italiano non sono poche. Il Constructive Day – che si è tenuto a Roma, presso la sede di Palazzo Valentini – è stato una bella e interessante occasione per incontrarsi dal vivo. Con interventi di valore, tra cui – giusto per citare qualche nome – quelli Marco Merola (ideatore del webdoc ADAPTATION, in cui si raccontano progetti e storie di adattamento ai cambiamenti climatici), di Daniel Tarozzi (fondatore e direttore di Italia Che Cambia) e di Raffaele Lupoli, direttore di Economiacircolare.org. Non cito altri colleghi per amor di brevità, ma una menzione la merita senz’altro anche Marisandra Lizzi, autrice di Lettera a Jeff Bezos: dalle relazioni pubbliche alle relazioni umane. Come ho riscritto i principi di Amazon.

Tra i relatori della giornata, ci sono stata anch’io, con un intervento su un tema che – soprattutto nell’ultimo anno – è stato al centro delle mie riflessioni ovvero: la necessità, da parte di noi giornalisti costruttivi, di esercitare uno sguardo critico anche sulle soluzioni. C’è infatti una trappola, subdola e pericolosissima, in cui soprattutto noi – abituati a raccontare il problema dal punto di vista della soluzione – corriamo il rischio di cadere. La ricerca della “soluzione a tutti i costi” è infatti qualcosa che non funziona: che ci differenzia, sì, dal catastrofismo da cui vogliamo distinguerci, ma che allo stesso tempo rischia di trasformare il nostro lavoro da ricerca rigorosa a favoletta consolatoria. Le soluzioni (soluzioni valide ed efficaci, intendo) non esistono sempre. In certi casi sono work in progress. In altri casi, quelle che vengono presentate come soluzioni rappresentano solo uno specchietto per le allodole e un vero giornalista costruttivo dovrebbe smontarle anziché avvalorarle. Mi riferisco, per esempio, a molti aspetti della transizione energetica: il suo costo in termini di estrazione mineraria e di impatto ambientale indiretto, giusto per dirne una. In fondo, è lo stesso concetto di greenwashing che ci mostra come la ricerca di soluzioni debba essere costruita con inappuntabile rigore critico. Fare il pelo e il contropelo alle soluzioni e dubitare sempre: questo, secondo me, è un primo punto importante da cui dobbiamo partire.

C’è poi un secondo punto che ho voluto mettere in evidenza. La sesta W del giornalismo costruttivo è “what now?” ovvero: una volta analizzato il problema, cosa possiamo fare? La sesta W è l’elemento chiave del giornalismo costruttivo. Purché non venga presa come un dogma. Ci sono temi, per esempio, in cui – prima di accendere i riflettori sulle soluzioni – è fondamentale mantenere il focus sul problema. Analizzandolo con lucidità e anche enfatizzandolo in modo utile, se necessario. A questo proposito, ho parlato delle forme di “inquinamento Cenerentola”, quelle meno riconosciute, fra cui l’inquinamento luminoso. Su questo tema sto costruendo un progetto articolato, di cui parlerò prossimamente e che fa riferimento al mio sito The Light Side of the Night. L’inquinamento luminoso è un problema con la P maiuscola, che ha un forte impatto sull’ambiente, sulla salute e su altri aspetti nevralgici. Eppure, raramente l’inquinamento luminoso viene riconosciuto come un problema reale. Nella maggior parte dei casi, lo si declassa a fissazione di uno sparuto gruppo di astrofili. Ecco perché, in questo caso, come in altri casi, ritengo sia utile raccontare il problema aiutando i nostri lettori a percepirlo come tale, prima ancora di mettere in luce le soluzioni.

Personalmente, sto sempre più arrivando a una definizione del giornalismo costruttivo un po’meno centrata sulla ricerca delle soluzioni tout court e un po’più focalizzata su altri aspetti. Il giornalismo costruttivo come giornalismo “utile”, attento all’impatto della notizia e al legame – conseguente – fra informazione e azione. In fondo, sempre di giornalismo costruttivo si tratta.

Cos’è l’economia circolare e perché riciclare (bene) i rifiuti non basta

Quest’anno ho iniziato a collaborare con l’Università Statale di Milano come docente nell’ambito di un corso – finanziato dal PNRR – sull’economia circolare. Insieme ad alcuni docenti della facoltà di Scienze della Terra, sto approfondendo temi nevralgici come l’impatto ambientale della transizione energetica e l‘esigenza di un approccio realistico ai consumi e all’economia circolare.

Cos’è, concretamente, l’economia circolare? Secondo la definizione del Parlamento Europeo, si tratta di un “modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali il più a lungo possibile”.  Modello di consumo ma anche di produzione, quindi: lo sottolineo perché questo aspetto porta alla luce due tipi di problemi.

Il primo è la differenza tra reale e percepito. Se chiedessimo cos’è l’economia circolare a una persona presa a caso, con ogni probabilità ci sentiremmo rispondere che si tratta di un modello di riciclo e di corretto smaltimento dei rifiuti. Raramente si fa riferimento alla produzione e questo è un problema.

Secondo problema: l’economia circolare riguarda anche la produzione, è vero, ma finché il modello produttivo inseguirà la chimera della crescita continua (con ovvie ricadute sull’aumento dell’obsolescenza dei prodotti), non ci potrà mai essere vera e propria economia circolare.

Di questi temi ho parlato oggi su Teletruria, partendo da due esempi concreti che ci fanno capire in modo molto concreto qual è l’impatto ambientale dei nostri consumi.

 

Il mondo del lavoro e noi tra great resignation, quiet quitting e AI

Che il mondo del lavoro stia cambiando non è certo un mistero. La pandemia – e il macroscopico sviluppo dello smart working, di seguito – ha fatto da acceleratore ma molte trasformazioni erano già in atto da tempo. A partire dalla Great Resignation – il fenomeno delle Grandi Dimissioni – già presente negli USA da prima della pandemia e attualmente diffuso anche in Europa (Italia compresa).

Le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro ci obbligano a familiarizzare con un nuovo vocabolario, che fa da veicolo a ulteriori tendenze. Sia che si parli di Grandi Dimissioni sia che si parli di quiet quitting, tuttavia, un denominatore comune c’è: il nostro rapporto con il mondo del lavoro sta cambiando. Stiamo iniziando a chiedere – e a pretendere – qualcosa in più e questo qualcosa (“il pane e le rose”, in parte) porta alla luce alcuni aspetti della hustle culture – il modello iperproduttivo tossico per eccellenza – che dobbiamo e possiamo cambiare.

Il panorama lavorativo attuale è complesso, non c’è che dire, e lo complicano ulteriormente i dilemmi innescati dagli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale. L’AI ci ruberà il lavoro? Dovremo prepararci a un mondo in cui a lavorare saranno i robot? Nel caso, quali potrebbero essere le soluzioni possibili sia in termini economici (reddito universale, ad esempio) sia in termini identitari, considerando che la nostra cultura lavorativa attuale vede una vera e propria identificazione dell’individuo con la sua professione?

Di tutti questi aspetti ho parlato oggi su Teletruria.