Il mio intervento al Festival del giornalismo di Ronchi dei Legionari
A giugno, insieme a Silvio Malvolti, sono stata tra gli ospiti del Festival del giornalismo di Ronchi dei Legionari: l’appuntamento annuale organizzato in provincia di Gorizia dall’Associazione Leali delle Notizie.
Nel mio intervento (accreditato come corso presso l’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia) ho parlato – come sempre – di giornalismo costruttivo, concentrandomi però su temi come sostenibilità ambientale e crisi climatica. Il legame tra giornalismo costruttivo e tematiche così nodali è stato, di fatto, involontariamente sottolineato dalle linee guida sulla comunicazione dei cambiamenti climatici dell‘IPCC (l’Organizzazione intergovernativa sul cambiamento climatico), il forum scientifico fondato nel ’98 da due organismi delle Nazioni Unite).
Molto probabilmente, i promotori delle linee guida non conoscono il giornalismo costruttivo: ciò che emerge dal documento è però un’esplicita richiesta di modalità di comunicazione che rispondono in toto a quelle che sono le basi del giornalismo costruttivo. Ne avevo già parlato qualche mese fa sugli schermi di Teletruria.
Da parte dei giornalisti presenti al corso, ho riscontrato un interesse palpabile che spero si traduca in stimoli alla ricerca e alla trasformazione delle modalità di narrazione attuali. Alla fine del mio intervento, sono stata intervistata dall’organizzazione del Festival del giornalismo e ho brevemente riassunto la nostra esperienza editoriale: dalla fondazione di BuoneNotizie.it (vent’anni fa) all’incontro con la ricca e composita galassia del giornalismo costruttivo.
Cos’è l’inquinamento acustico e perché rappresenta un problema concreto
Tutte le risposte e le soluzioni messe in campo per rispondere al problema, mirano a regolamentare l’eccesso di rumore ma non tutelano affatto il diritto al silenzio (quello umano, che non è mai assoluto e misura almeno 10 decibel).
Alluvione in Emilia Romagna: avremmo potuto parlarne in modo diverso?
Nelle ultime settimane, la notizia dell’alluvione in Emilia Romagna ha ampiamente monopolizzato i palcoscenici mediatici. E il mondo dei social che – ormai – fa parte a tutti gli effetti del flusso informativo.
Sotto i nostri occhi sono state riversate a ciclo continuo storie di catastrofi personali e storie di eroi. Il pilota giapponese di Formula 1 che va a spalare fango insieme agli altri, la disperazione delle famiglie rimaste senza un tetto, la polemica su Bruce Springsteen che non parla dell’alluvione ecc. Insomma: la solita copertura fatta non per tanto per informare quanto per alimentare il voyeurismo del pubblico. Avremmo potuto – noi giornalisti – affrontare il tema in modo diverso, cioè più utile? La risposta è sì.
Punto primo: uscire dal mito dell’Eroe e dal mito della Vittima
“Felice è il popolo che non ha bisogno di eroi” scriveva Bertolt Brecht. Personalmente, sono più che d’accordo con lui e mi viene di completare la frase aggiungendo: “Felice il popolo che non ha bisogno né di eroi né di vittime”. Lo dico da giornalista, ma anche – soprattutto – in quanto portavoce di una corrente, il giornalismo costruttivo, che è nato con l’obiettivo di uscire da questo tipo di narrazione.
Perché? Perché non serve. Chi ha qualche nozione di morfologia della fiaba, sa che le fiabe hanno bisogno di principi, orchi, principesse: di Vittime e di Eroi, ovvero di “ruoli”. La realtà, però, è diversa. Non è una fiaba e ha bisogno di essere raccontata in modo diverso. Partendo da un colpo d’occhio più ampio, ottenuto con grandangolo, che aiuti a calare ogni avvenimento all’interno di un trend. Perché solo così è possibile capire realmente come stanno le cose e passare, poi, alle domande successive: dove stiamo andando? Cosa possiamo fare per migliorare?
Un esempio: i morti per alluvione. Partire dai numeri
Qualche anno fa, in piena pandemia, i media gridavano alla catastrofe parlando dell’ecatombe scatenata in India e in Bangladesh dal ciclone Amphan. In realtà, il ciclone aveva fatto grandi distastri ma confrontando il numero dei morti (118) con le vittime provocate dai cicloni precedenti, la visione si ribalta: quello che emerge, cioè, è un miglioramente radicale innescato da cambiamenti virtuosi (nella gestione degli eventi estremi) che purtroppo non vengono mai raccontati.
Partendo da qui, possiamo tracciare una panoramica di segno diverso sulla situazione in Emilia Romagna, dove i morti sono stati 15. Un numero ben diverso dai 160 morti che un episodio simile ha provocato nel Sarno nel 1998, dai 318 morti dell’alluvione di Salerno del ’54 o dalle 80 vittime del Polesine, tre anni prima (giusto per citare qualche cifra). Perché? Perché stiamo imparando a gestire – e anticipare – le emergenze in modo migliore. Perché la nostra Protezione Civile ha un livello di preparazione che viene portato in palmo di mano anche in contesti internazionali.
E’da qui che bisogna partire per fare il passo successivo e per chiederci cosa avremmo potuto fare per evitare i 15 morti di Rimini. Creando un modello di gestione delle emergenze basato su esempi scalabili, che ci aiutino ad affrontare meglio questi episodi quando ricapiteranno in futuro.
Come? Adattando le città ai cambiamenti climatici in corso (ma anche a una fragilità idrogeologica che abbiamo sempre avuto) con il recupero della permeabilità del suolo attraverso sistemi di drenaggio sostenibile. Vedi il modello sponge city, nato in Cina e a cui, attualmente, guardano anche città come New York (o come Glasgow e Manchester, in Europa). Creando vasche sotterranee di raccolta delle acque negli spazi pubblici (come già si è fatto a Barcellona e a Rotterdam) ed evitando l’utilizzo dei piani interrati. Ripristinando le aree di esondazione naturale dei fiumi e supportando i corsi d’acqua con casse di espansione (se ne era già parlato per il fiume Misa, molto prima dell’ultima alluvione nelle Marche, ma nulla è stato fatto tra processi e pastoie burocratiche). Monitorando il divieto di edificazione in aree a rischio. Creando un sistema di messaggistica più efficace, che consenta una trasmissione più rapida e capillare delle allerte: lo si è fatto a Durban, in Sudafrica, mettendo a punto un’efficace piattaforma digitale di chat di gruppo.
La cattiva notizia è che molto deve ancora essere fatto. La buona notizia è che molto è già stato fatto e molto può essere fatto.
Ne ho parlato ieri su Teletruria.
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Cambiare la narrazione dei cambiamenti climatici parlando (anche) di soluzioni di adattamento
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Inquinamento luminoso e difesa del cielo buio: perché è urgente contrastare la light pollution
La settimana scorsa, nell’appuntamento televisivo settimanale di cui sono ospite sugli schermi di Teletruria, ho parlato di un tema che mi sta particolarmente a cuore: inquinamento luminoso e difesa del cielo buio.
Sul problema della light pollution e sull’esigenza di alfabetizzazione intorno al tema del buio, qualche anno fa ho creato un progetto insieme al regista e fotografo Max Franceschini. Sul sito The light side of the night abbiamo provato a dare vita a un progetto di “storytelling del buio” declinato nelle tre sezioni: Imparare a leggere il buio – Storie nel buio – La Notte dei popoli.
Come spiego in questo video, parlare di inquinamento luminoso e di cieli bui è molto più difficile che parlare di altre forme di inquinamento. Viviamo, da sempre, immersi in una cultura della Luce che dal secondo Dopoguerra si è progressivamente trasformata in una cultura dell’illuminazione. Difendere il nostro “buio vitale”, contrastare l’inquinamento luminoso e tutelare un bene clamorosamente in via di estinzione come il cielo buio non è un problema di nicchia condiviso da un eccentrico gruppo di astrofili o da controculture darkettone.
Nel mio intervento su Teletruria spiego cos’è l’inquinamento luminoso, quali sono le conseguenze della light pollution sulla fauna notturna e sull’uomo e provo ad abbozzare una timida panoramica sulle soluzioni possibili parlando di chi sta tentando di fare qualcosa.
Piccola e doverosa postilla: difendere il buio non significa sposare il lato oscuro ma cercare di recuperare quel bilanciamento tra Luce e Oscurità che oggigiorno è venuto a mancare. Come sostiene Tanizaki nel suo Libro d’Ombra – parlandone peraltro in modo meraviglioso – difendere il diritto del Buio a esistere significa anche, implicitamente, tutelare il ruolo della Luce.
Space economy e ambiente: un’opportunità purché lo spazio non si trasformi in un nuovo Far West
Oggi, sugli schermi di Teletruria (dove sono ospite come direttore responsabile di BuoneNotizie.it e come docente dell’Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo) ho parlato di space economy. O meglio: di new space economy.
La corsa allo spazio è iniziata molto tempo fa e già allora, dall’era del lancio dello Sputnik, lo sviluppo delle operazioni spaziali implicava anche la nascita di una nuova economia. Solo oggi però, sulla scia dello sviluppo delle nuove tecnologie e dell’ingresso dei privati, l’economia dello spazio acquisisce un peso che, in prospettiva, potrebbe diventare trainante. Con aspetti potenzialmente positivi per quanto riguarda il cosiddetto segmento downstream della space economy. I dati che ci arrivano dallo spazio vanno infatti a nutrire molti rami: dal monitoraggio dei problemi ambientali (deforestazione, desertificazione) alla prevenzione e alla gestione delle emergenze per non parlare delle implicazioni sul piano dell’agricoltura di precisione, dei trasporti ecc.
C’è però anche un rovescio della medaglia. Per quanto – sul piano quantitativo – i rifiuti umani nello spazio rappresentino un nonnulla, in termini umani la presenza di un problema rifiuti spaziali (moltissimi intorno alla Luna e alla Terra) porta alla luce qualcosa di cui dobbiamo prendere atto. Se lo spazio si tarsformerà nell’ennesimo Far West in cui trasferiremo le logiche coloniali che hanno generato mostri qui sulla Terra, se lo trasformeremo in una falsa pagina bianca in cui copincollare tutto ciò che non ha funzionato quaggiù, non sarà “un grande passo per l’umanità”: sarà solo l’ennesima débacle.
